EMILE ZOLA.
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ROMA. (da: LE TRE CITTÀ).
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Parte 2.
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1923. STEN Editrice (già Azienda della Società Tipografico-Editrice Nazionale di Roux e Viarengo, Marcello Capra, Angelo Panizza. TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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4.
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Nel pomeriggio di quello stesso giorno, Pietro, non avendo nulla da fare, pensò di cominciare subito le sue gite in Roma con una visita che gli premeva molto.
Il suo libro era appena uscito quando aveva ricevuto da questa città una lettera che lo aveva profondamente interessato e commosso. Era del vecchio conte Orlando Prada, l'eroe del risorgimento e dell'unità italiana, il quale, senza conoscerlo, gli scriveva spontaneamente sotto l'impressione di una prima lettura, mettendo in quattro pagine una protesta fervidissima, un grido di fede patriottica, ancor giovanile in lui, già vecchio, accusandolo di aver dimenticato l'Italia, nel suo lavoro, reclamando Roma, la Roma nuova, per l'Italia finalmente una e libera.
Da quel primo scritto era derivato un carteggio, ma il prete, sebbene non si smuovesse dal suo sogno di un neocattolicismo che doveva redimere il mondo, s'era da lontano preso d'affetto per l'uomo che gli scriveva delle lettere in cui ardeva un così alto amore della patria e della libertà. Lo aveva avvertito della sua venuta, promettendogli di andarlo a trovare. Ma, adesso, l'ospitalità accettata da lui al palazzo Boccanera lo disturbava molto, sembrandogli difficile, dopo l'affettuosa accoglienza di Benedetta, il recarsi così, il primo giorno, senza avvertirla, dal padre dell'uomo che essa aveva abbandonato e contro cui faceva una causa di divorzio: tanto più che il vecchio Orlando abitava col figlio il piccolo palazzo che questi aveva fatto fabbricare in cima alla via Venti Settembre.
Pietro volle dunque, anzitutto, affidare il suo scrupolo alla contessina stessa. Aveva saputo d'altronde dal visconte de la Choue che essa professava per l'eroe una tenerezza filiale, mista ad ammirazione. Infatti, alle prime parole con cui, dopo la colazione, le rilevò i suoi dubbi, ella protestò:
- Oh! andate, andate subito, signor abate! Sapete che il vecchio Orlando è una delle nostre glorie nazionali: e non vi meravigliate che io lo chiami così. Tutta Italia gli dà quel nome familiare d'Orlando per rispetto e per gratitudine. Io sono cresciuta fra gente che lo abborriva, che lo trattava da Satana. Solo più tardi ho imparato a conoscerlo ed amarlo, e, in verità, egli è l'uomo il più dolce ed il più giusto che sia sulla terra.
Sorrideva, mentre le lagrime le bagnavano gli occhi, forse al ricordo dell'anno passato da lei laggiù, in quella casa di violenza, dove le sole sue ore di pace erano state quelle trascorse da lei col vecchio.
E soggiunse, più piano, con voce tremula:
- Giacchè andate a trovarlo, ditegli da parte mia, ve ne prego, che lo amo ancora e che non dimenticherò mai la sua bontà per me, checchè avvenga.
Mentre Pietro si recava in carrozza in via Venti Settembre, evocava tutta la storia eroica del vecchio Orlando che si era fatta raccontare.
Era una storia che trasportava in piena epopea, nella fede, il valore e il disinteresse di un'altra età.
Il conte Orlando Prada, di nobile famiglia milanese, ancor giovanissimo era già acceso da tal odio contro lo straniero, che, a soli quindici anni, faceva parte di una società segreta, una delle ramificazioni dell'antica società dei Carbonari. Quell'odio del dominio austriaco aveva radici lontane e profonde ? veniva dalle antiche ribellioni contro la schiavitù, quando i cospiratori si riunivano nelle capanne abbandonate in fondo ai boschi ? ed era esulcerato dal sogno secolare di un'Italia redenta, resa a sè stessa, e ridiventata finalmente una forte nazione imperante, degna figlia degli antichi conquistatori e signori del mondo. Ah! che sogno ardente e sublime, redimere dal suo lungo obbrobrio quella gloriosa terra antica, quell'Italia smembrata, fatta a brani, caduta in balìa di una turba di tirannelli, invasa e conquistata senza posa dalle nazioni vicine! Battere lo straniero, scacciare i despoti, risvegliare il popolo dalla miseria della sua schiavitù, proclamare l'Italia una, l'Italia libera: questa era allora la passione che animava di fiamma inestinguibile tutti i giovani, che gonfiava di entusiasmo il cuore di Orlando. Visse l'adolescenza in un santo sdegno, in una nobile impazienza di dare il suo sangue alla patria, di morire per lei, se non riusciva a liberarla.
Chiuso in fondo alla vecchia dimora familiare di Milano, Orlando fremeva sotto il giogo, consumando i giorni in vane cospirazioni. Aveva preso moglie, e toccava i venticinque anni, quando giunse la notizia della fuga di Pio nono e della rivoluzione di Roma. Immediatamente egli abbandonò ogni cosa: la casa, la moglie, per correre a Roma, quasi vi fosse chiamato dalla voce del destino. Era la prima volta che se ne andava così alla ventura, per conquistare l'indipendenza e quante volte dovette rimettersi in campagna poi, senza stancarsi mai!
Conobbe allora Mazzini e si appassionò un momento per quella mistica figura di repubblicano unitario. Vagheggiando anche lui il sogno della repubblica universale, adottò il motto mazziniano: "Dio e popolo" e seguì la processione che percorse in gran pompa la Roma insorta.
Era quella un'epoca di grandi speranze, un'epoca già agitata dal bisogno di un rinnovamento del cattolicismo, dall'attesa di un Cristo umanitario, sceso in terra colla missione di salvare per la seconda volta il mondo.
Ma, in breve, un uomo, un capitano dei tempi antichi, Garibaldi, all'alba della sua gloria epica, lo conquise in tutta l'anima sua, spingendolo a farsi esclusivamente un soldato della libertà e dell'unità.
Orlando l'amò come un Dio, combattè da eroe al suo fianco, prese parte alla vittoria di Rieti sui napoletani, lo seguì nella sua ritirata da patriotta pertinace, quando, costretto ad abbandonare Roma all'esercito francese di Oudinot, che veniva a ristabilirvi il regno di Pio nono, Garibaldi si recò in soccorso di Venezia. E quale esempio straordinario, quale valore disperato, quella Venezia che, tornata repubblicana per opera di Manin, un altro grande patriotta, resisteva da lunghi mesi all'Austria! E quel Garibaldi che parte con un pugno di uomini per liberarla, noleggia tredici barche da pesca, ne lascia otto in un combattimento navale, si vede costretto a tornare sui lidi romani, vi perde miseramente la moglie Annita, a cui chiude gli occhi prima di ritornare in America, dove abitava già, aspettando l'ora dell'insurrezione!
Ah! quella terra d'Italia, tutt'ardente e fremente allora del fuoco interno del suo patriottismo, dove in ogni città sorgevano degli uomini di fede e di coraggio, dove le rivoluzioni scoppiavano dappertutto come eruzioni di vulcano, quella terra che, fra le sconfitte, arrivava pur sempre al trionfo, invincibilmente!
Orlando tornò a Milano presso la giovane sposa e colà per due anni visse nascosto, struggendosi nell'attesa impaziente di quel domani di gloria, così tardo a venire. Una gioia lo confortò in quella sua attesa febbrile. Ebbe un figlio, Luigi; ma quella creaturina costò la vita a sua madre e fu un nuovo lutto.
Non potendo restare più a lungo a Milano, dove la polizia lo sorvegliava e lo insidiava, e soffrendo troppo del dominio straniero, Orlando si decise a raccogliere gli avanzi del suo patrimonio, e riparò a Torino, presso una zia della moglie che si prese cura del bambino.
Il conte Cavour lavorava, fin d'allora, da quel sommo politico ch'egli era, all'indipendenza italiana, e preparava il Piemonte alla parte decisiva che doveva rappresentare. Era il tempo in cui il Re Vittorio Emanuele accoglieva, con bonarietà lusinghiera, gli emigranti che giungevano da tutta Italia, persino quelli che sapeva repubblicani, compromessi ed in fuga, in seguito ad insurrezioni popolari. Il sogno di conseguire l'unità italiana a benefizio della monarchia piemontese datava da un pezzo e maturava da anni in quella rude ed astuta Casa di Savoia.
E Orlando non ignorava sotto qual signore si arrolava; ma già il repubblicano cedeva il passo al patriotta ed egli non aveva più fede in un'Italia fatta in nome della repubblica, messa sotto la protezione di un papa liberale, come Mazzini l'aveva immaginata per un momento. Non era quella una chimera che divorerebbe le generazioni ove si continuasse ostinatamente ad inseguirla? Egli non voleva morire senza aver dormito a Roma, da conquistatore. Anche a costo di perdere la libertà, voleva la patria ricostruita e intera, viva finalmente alla luce del sole. Con che esultanza febbrile si arrolò quindi, all'epoca della guerra del 1859, e come il cuore gli martellava il petto a segno quasi da sfondarlo, quando, dopo Magenta, entrò a Milano coll'esercito francese, in quella Milano che, otto anni prima, aveva lasciato da proscritto, con la disperazione nell'anima!
Dopo Solferino, il trattato di Villafranca fu un'amara delusione ? la Venezia sfuggiva, restava prigioniera.
Ma la Lombardia era riconquistata, ed anche la Toscana ed i ducati di Parma e di Modena votavano la loro annessione. Si formava alla fine il nucleo dell'astro, la patria si ricostituiva attorno al Piemonte vittorioso.
Poi, l'anno venturo, Orlando, rientrò nell'epopea. Garibaldi tornava dai suoi due soggiorni in America, con l'aureola di tutta una leggenda, delle gesta da paladino nelle pampas dell'Uruguay, una traversata straordinaria da Canton a Lima; e ricompariva per battersi nel '59, precedendo l'armata francese, sbaragliando un maresciallo austriaco, entrando in parecchie città, cioè in Como, Bergamo e Brescia.
All'improvviso si udì che era sbarcato a Marsala con mille uomini soltanto, i Mille, l'illustre pugno di prodi! Orlando si battè in prima fila. Palermo resistè tre giorni, fu presa. Diventato l'aiutante prediletto del dittatore, Orlando gli diede mano ad organizzare il Governo, passò poi lo stretto con lui, gli apparve al fianco nell'ingresso trionfale a Napoli, d'onde il re era fuggito.
Spirava nell'aria un'ebbrezza di audacia e di valore, l'inevitabile si imponeva, circolavano delle storie sovrumane: Garibaldi invulnerabile, meglio protetto dalla sua camicia rossa che dalla più fitta delle corazze, Garibaldi che sbaragliava gli eserciti nemici come un arcangelo, solo col brandire la sua spada fiammeggiante.
Dal canto loro, i piemontesi, avendo battuto Lamoricière a Castelfidardo, invadevano gli Stati romani. E Orlando era con lui, quando il dittatore, rassegnando il potere, firmava il decreto di annessione delle Due Sicilie alla corona d'Italia; e prendeva anche parte, col grido di "Roma o morte!" al tentativo disperato, che finì tragicamente ad Aspromonte: il piccolo esercito disperso dalle truppe italiane, Garibaldi ferito, fatto prigioniero, rimandato nella solitudine dell'isola di Caprera, dove non fu più che un agricoltore.
I sei anni di attesa che seguirono Orlando li visse a Torino, anche quando Firenze venne scelta a nuova capitale. Il Senato aveva acclamato Vittorio Emanuele Re d'Italia: ed invero l'Italia era fatta: le mancavano solo Roma e Venezia. Ormai i grandi combattimenti sembravano finiti; l'èra dell'epopea era chiusa.
Venezia doveva essere ottenuta dalla disfatta.
Orlando si trovava all'infelice battaglia di Custoza, dove riportò due ferite, ma si sentì ancor più mortalmente colpito nel cuore per l'angoscia che provò, credendo, per un momento, che l'Austria trionfasse. Ma nel punto stesso questa, battuta a Sadowa, perdeva il Veneto, e cinque mesi dopo egli era a Venezia, nell'esultanza del trionfo, quando Vittorio Emanuele vi faceva il suo ingresso, fra le acclamazioni frenetiche del popolo. Non mancava che Roma, ed una frenesia di impazienza spingeva verso di lei l'Italia intera, trattenuta dal giuramento con cui la Francia amica si impegnava a mantenere il papa sul trono.
Per la terza volta, Garibaldi sognò di rinnovare le sue gesta leggendarie e indipendente da ogni vincolo mosse sopra Roma, come un capitano di ventura guidato dal patriottismo.
Ed una terza volta Orlando prese parte a quell'eroica follia che doveva infrangersi a Mentana, contro gli zuavi pontifici, sussidiati da un piccolo corpo francese.
Ferito di nuovo, tornò a Torino quasi morente. Bisognava rassegnarsi con l'anima fremente: la soluzione era insolubile.
All'improvviso scoppiò il fulmine di Sedan, la Francia restò annichilita, la via di Roma tornò libera, ed Orlando, rientrato nell'esercito regolare, faceva parte delle truppe che presero posizione nella campagna romana per proteggere la sicurezza della Santa Sede, secondo le espressioni della lettera scritta da Vittorio Emanuele a Pio nono. Non vi fu d'altronde che un simulacro di lotta; gli zuavi pontificii del generale Kanzler dovettero ripiegarsi, e Orlando fu uno dei primi a penetrare in Roma, dalla breccia di porta Pia.
Ah! quel venti settembre, quel giorno in cui risentì la più grande felicità della sua vita, un giorno di delirio, un giorno di trionfo assoluto, in cui si avverava il sogno di tanti anni di lotta terribile, il sogno per cui egli aveva dato la pace, la fortuna, l'intelligenza ed il sangue!
Vennero dipoi altri dieci anni felici, in quella Roma riconquistata, quella Roma adorata, lusingata, trattata come una donna, in cui si sono messe tutte le proprie speranze. Orlando aspettava da lei una tale energia patriottica, una risurrezione così meravigliosa di forza e di gloria in pro della giovane nazione! Lui, antico repubblicano, antico soldato della rivoluzione, aveva dovuto riconoscere il Governo ed accettare il titolo di senatore. Garibaldi stesso, il suo Dio, non andava egli forse a trovare il Re e non sedeva in Parlamento?
Soltanto Mazzini non aveva voluto accettare, nella sua intransigenza, un'Italia, indipendente ed una, ma non repubblicana. Un'altra ragione aveva deciso Orlando, l'avvenire del proprio figlio Luigi che aveva compito i diciotto anni l'indomani dell'occupazione di Roma. Se egli si appagava degli avanzi del suo patrimonio, consumato al servizio della patria, sognava un destino illustre per quel ragazzo che adorava. Sentiva che l'età eroica era finita: voleva farne un politico eminente, un grande amministratore, un uomo utile alla Nazione potente del domani; e, se non aveva respinto il favore sovrano, la ricompensa della sua lunga divozione era stata per rimanere a Roma, onde aiutare Luigi, sorvegliarlo e dirigerlo. Eppoi egli stesso era dunque così finito, da non potersi rendere utile nell'organizzazione, come credeva di esserlo stato nella conquista? Aveva collocato il giovine al Ministero delle finanze, colpito dalla gran disposizione che mostrava per gli affari, indovinando fors'anche, per segreto istinto, che la battaglia continuerebbe ora sul terreno finanziario ed economico.
E, di nuovo, visse nel sogno, credendo sempre con entusiasmo ad un'avvenire splendido, avendo sempre l'anima traboccante di speranze sconfinate, guardando Roma la cui popolazione si raddoppiava, in cui i quartieri nuovi sorgevano in vegetazione scapigliata, Roma, che ridiventava, ai suoi occhi di amante beato, la regina del mondo.
Ad un tratto, scoppiò il fulmine. Una mattina, mentre scendeva le scale, Orlando venne colpito da paralisi, restando colle gambe inerti, pesanti come piombo.
Si dovette riportarlo in casa e non pose più il piede sul lastrico della via. Toccava i cinquantasei anni e da quattordici non si muoveva della poltrona, inchiodatovi da una immobilità di sasso, lui che altre volte aveva percorso così animosamente i campi di battaglia di tutta Italia.
Era una grande pietà quello sfacelo di un eroe. Ed il peggio fu allorchè il vecchio soldato dovette assistere, da quella camera in cui era prigioniero, al lento crollo di tutte le sue speranze, invaso da una malinconia profonda, nella triste paura del domani.
Dacchè l'ebbrezza dell'azione non lo acciecava più e passava i lunghi giorni assorto nella meditazione, vedeva chiaro, finalmente.
Quest'Italia ch'egli aveva voluta così potente, così trionfante nella sua unità, si conduceva in modo inconsulto, correva alla rovina, forse al fallimento. Roma che era sempre stata per lui la capitale necessaria, la città di gloria incomparabile, che occorreva al popolo re del domani, pareva si rifiutasse ad assumere la parte di grande capitale moderna, gravando come una morta, col peso dei secoli sul petto della giovane nazione. Eppoi c'era anche suo figlio, il suo Luigi che lo faceva disperare. Ribelle ad ogni direzione, era diventato uno dei figli voraci della conquista, si avventava alla preda palpitante di quest'Italia, di questa Roma che il padre sembrava avesse desiderato solo perchè egli la saccheggiasse e vi s'impinguasse. Invano Orlando aveva tentato di farlo rimanere al ministero, di impedirgli di darsi a quella speculazione sfrenata sui terreni e gli immobili, a cui la folle costruzione dava esca.
Lo adorava ad ogni modo ed era ridotto al silenzio, oggi in ispecie in cui le sue operazioni più rischiose erano riuscite, come quella metamorfosi della villa Montefiori in una vera città, affare gigantesco, in cui i più ricchi erano andati in rovina, mentre Luigi ne usciva con parecchi milioni. E Orlando, disperato e muto, nella palazzina che Luigi Prada aveva fatto erigere nella Via Venti Settembre, si ostinava a non occuparvi che una clausura, con un solo servo, non accettando dal figlio che quell'ospitalità e campando poveramente della sua modesta entrata.
Giungendo a quella via nuova del Venti Settembre, aperta sul fianco e sulla vetta del Viminale, Pietro fu colpito dalla magnificenza massiccia dei nuovi palazzi in cui si rivelava la passione ereditaria dell'enorme e del maestoso.
Quella via trionfale, quelle due file di facciate interminabili, dicevano in quel caldo pomeriggio soffuso d'oro purpureo, le fiere speranze d'avvenire della nuova Roma, la sete di dominio che aveva fatto sorgere dal secolo quegli edifizi colossali.
Ma il prete rimase specialmente sbalordito davanti al Ministero delle finanze, un masso gigantesco, un cubo ciclopico, in cui si ammucchiano colonne, loggie, fastigi, sculture, tutto un mondo smisurato, messo alla luce, in un giorno di orgoglio, dalla pazzia della pietra. Ed era rimpetto a quello, ma un po' più in su, prima della villa Bonaparte, che si trovava la palazzina del conte Prada.
Quand'ebbe pagato il cocchiere, Pietro rimase perplesso per un momento. Avendo trovata la porta aperta, era entrato nell'atrio, ma non scorgeva nessuno, nè portinaio, nè servi. Dovette decidersi a salire fino al primo piano. La scala monumentale, con ringhiera di sasso, riproduceva, in piccolo, le dimensioni esagerate dello scalone del palazzo Boccanera, ed era lo stesso freddo squallore, temperato da tappeti e portiere rosse che spiccavano crudamente sullo stucco bianco delle pareti.
Al primo piano v'erano le sale di ricevimento, alte cinque metri, di cui Pietro scorse, da una porta socchiusa, due sale in fila, sale di una ricchezza affatto moderna con una profusione di addobbi, di velluti e di sete, mobili dorati, specchi immensi, riverberanti il fastoso ingombro delle mensole e delle tavole. E non si vedeva ancora nessuno, non un'anima, in quella dimora abbandonata, dove si sentiva la mancanza della donna. Pietro stava per ridiscendere e suonare, quando si presentò finalmente un servitore.
- Il signor conte Prada?
Il servo considerò in silenzio quel pretucolo e parve indovinasse chi voleva.
- Il padre o il figlio?
- Il padre! Il signor conte Orlando Prada!
- Va bene! salite al terzo piano.
Poi si degnò di aggiungere uno schiarimento.
- L'usciolino a destra sul pianerottolo. Picchiate forte perchè vi aprano.
Infatti, Pietro dovette bussare due volte. Fu un vecchierello molto vegeto, dal contegno militare, un antico soldato del conte, rimasto al suo servizio, il quale venne ad aprire, scusandosi di non esser venuto subito col dire che stava fasciando la gamba del padrone. Poi, annunziò senz'altro il visitatore.
E questi, passata un'angusta anticamera buia, restò colpito dall'aspetto della camera in cui entrava, una stanza relativamente piccola, affatto nuda, bianca, con un semplice parato di carta chiara a fiorellini azzurri. Dietro un paravento non v'era che un letto di ferro, il letto del soldato; e nessun altro mobile, soltanto la poltrona in cui l'infermo passava i giorni, ed accanto, una tavola di legno nero coperta di libri e di giornali e due antiche seggiole di paglia che servivano per i visitatori. Alcune tavole, infisse in una delle pareti, tenevano luogo di biblioteca. Ma la finestra senza cortine, larga e chiara, dava sul più mirabile panorama di Roma che fosse possibile vedere.
Poi la camera sparve: Pietro, colpito da subitanea e profonda emozione, non vide più che il vecchio Orlando.
Era un vecchio leone canuto, ancora mirabilmente bello, molto alto, molto robusto. Una foresta di capelli bianchi, sopra una testa poderosa, dalla bocca tumida, dal naso grosso e camuso, dai grandi occhi neri scintillanti: una lunga barba bianca, folta come nel vigore della gioventù, crespa come quella d'un nume. Si indovinava da quella faccia leonina, qual impeto di passioni dovesse ribollire in quell'anima; ma tutte quelle passioni, le sensuali e le intellettuali, si erano sfogate in patriottismo, in valore eroico ed in amore fervido dell'indipendenza.
Ed il vecchio eroe, colpito dal fulmine, col busto sempre diritto e superbo, rimaneva inchiodato sul suo seggiolone di paglia, colle gambe morte, sepolte sotto una coperta nera. Soltanto le braccia e le mani vivevano, soltanto la faccia raggiava di forza e d'intelligenza.
Orlando s'era voltato verso il servitore per dirgli piano:
- Puoi andare, Battista, tornerai fra due ore.
Poi, fissando Pietro ben bene negli occhi, sclamò colla sua voce ancor sonora a settant'anni:
- Oh! finalmente siete qui, caro signor Froment, e potremo discorrere a nostro bell'agio... Pigliatevi quella seggiola e sedete rimpetto a me; così!
Ma avendo notato lo sguardo di meraviglia che il prete gettava sulla nudità della camera, soggiunse subito allegramente:
- Scusatemi se vi ricevo qui nella mia cella. Vivo da eremita, io, da vecchio soldato in pensione, che è all'infuori della vita ormai... Mio figlio mi tormenta sempre perchè io prenda una bella camera del primo piano. A che pro? Non ne ho bisogno; non mi piacciono i letti di piume, perchè le mie vecchie ossa sono avvezze a dormire sulla dura terra. Eppoi, ho una così bella vista, qui! Tutta Roma mi si offre, ora che non posso più andare a lei!
Aveva dissimulato, additando la finestra, il turbamento ed il lieve rossore da cui era côlto ogni volta che scusava il figlio in tal modo, non volendo rivelare la vera ragione, e lo scrupolo di onestà per cui egli si impuntava a vivere in quella camera da povero.
- Ma ci sta benissimo! Ma è stupendo! ? protestò Pietro per fargli piacere. ? Sono così felice anch'io di vedervi finalmente! così felice di stringere quelle mani eroiche che hanno compìto tante grandi cose!
Orlando fece un altro gesto, come per scartare il passato.
- Eh! tutta roba finita, sepolta... Parliamo di voi, caro Froment, di voi così giovane, che siete il presente, e parliamo subito del vostro libro, che è l'avvenire... Ah! il vostro libro, la vostra Roma nuova, se sapeste che arrabbiatura m'ha fatto prendere.
Rideva adesso però, ed afferrando il libro, che si trovava per l'appunto sulla tavola, accanto a lui, e battendo sulla copertina colla sua larga mano da colosso:
- No, non vi potete figurare con che impeto di protesta l'ho letto!... Il papa ed ancora il papa e sempre il papa! La Roma nuova pel papa e mediante il papa!... La Roma dei romani, trionfante mercè il papa e data al papa, la Roma che associa la sua gloria alla gloria del papa!... E noi dunque? E l'Italia, e tutti i milioni che abbiamo spesi per fare di Roma una grande capitale? Ah! come bisogna essere francesi e francesi di Parigi per scrivere un libro simile! Ma, caro signore, Roma, se lo ignorate, è diventata la capitale del regno d'Italia ed abbiamo qui il re Umberto, e vi sono degli italiani, tutto un popolo che val qualcosa, ve lo accerto, e che intende di serbarla per sè, Roma, la gloriosa, la risorta!
Quella foga giovanile fece ridere anche Pietro.
- Sì, sì, me le avete scritte queste cose. Ma che importano dal mio punto di vista? L'Italia non è che una frazione, una parte dell'umanità, ed io voglio l'accordo, la fraternità di tutte le nazioni, l'umanità riconciliata, credente e felice. Che cosa conta la forma del governo, monarchia o repubblica? Che cosa conterebbe l'idea della patria una ed indipendente, quando non sussistesse più quaggiù che un solo popolo libero, che vivesse di giustizia e di verità?
In quel grido fervido, una parola sola colpì Orlando, che riprese, più piano, con fare trasognato:
- La repubblica! Sì, in gioventù la desideravo anche io ardentemente. Mi sono battuto per lei, ho cospirato con Mazzini, un santo, un credente, che si è infranto contro l'assoluto. Eppoi, che fare? Ho dovuto rassegnarmi alle necessità pratiche. I più intransigenti si sono adattati al nuovo regime. La repubblica ci salverebbe oggi? In tutti i casi, non sarebbe molto diversa dalla nostra monarchia parlamentare: guardate che cosa accade in Francia. Perchè dunque arrischiare una rivoluzione che metterebbe il potere tra le mani dei rivoluzionari spinti, degli anarchici? Noi temiamo le conseguenze; ecco il segreto della nostra rassegnazione. So bene che taluni vedono la salvezza in una Federazione repubblicana, tutti gli Statarelli antichi ricostituiti in altrettante repubbliche, che Roma presiederebbe. Il Vaticano avrebbe forse molto da guadagnare in questa emergenza. Non si può dire che ci lavori, ma ne considera l'eventualità senza dispiacere. E' un sogno però, un sogno!
Ritrovò la sua giovialità e perfino una punta di ironia affettuosa.
- Indovinate voi quello che mi ha sedotto nel vostro libro, che ho riletto due volte, nonostante le mie proteste? E' stato il pensiero che Mazzini avrebbe potuto scriverlo. Sì! vi ho ritrovato tutta la mia gioventù, tutta la speranza inconsulta dei miei venticinque anni, la fede nel Cristo, la pacificazione del mondo mediante il Vangelo... Sapevate che, molto tempo prima di voi, Mazzini augurava il rinnovamento del cattolicismo, proscrivendo il dogma e la disciplina e serbando solo la morale? Ed era la Roma nuova, la Roma del popolo che egli dava per sede alla Chiesa universale, nella quale si sarebbero fuse tutte le Chiese del passato, Roma, la città eterna, la predestinata, la madre e la regina, di cui l'impero risorgeva per assicurare definitivamente la felicità degli uomini?... Non è strano che il neo-cattolicismo, l'indistinto risveglio spiritualista, la tendenza al comunismo ed alla carità cristiana, di cui si mena tanto scalpore oggi, non sieno che un ritorno alle idee mistiche ed umanitarie del 1848? Ahimè! Ho già veduto tutte queste cose, ho creduto e combattuto, e so a che bel guazzabuglio ci hanno condotto quei voli nell'azzurro del mistero! Che volete? Non ho più fiducia.
E siccome Pietro, infervorandosi anche lui, stava per rispondere, lo interruppe.
- No, lasciatemi finire... Voglio assolutamente che siate ben convinto della necessità assoluta che avevamo di prendere Roma e di farne la capitale d'Italia. Senza di lei, la nuova Italia non poteva sussistere. Roma era la gloria antica, serbava nella sua polvere l'impero supremo che volevamo ristabilire, dava a chi la prendeva la forza, la bellezza, l'eternità. Posta al centro del paese, ne era il cuore, e doveva diventare la vita non appena la si fosse risvegliata dal lungo sonno delle sue rovine... Ah, quanto l'abbiamo desiderata, tra le vittorie e le sconfitte, durante anni ed anni di impazienze terribili!... Per conto mio, l'ho amata e bramata più di qualsiasi donna, col sangue in fiamme, disperato d'invecchiare. E quando l'abbiamo ottenuta, abbiamo desiderato febbrilmente di vederla fastosa, immensa, dominatrice al pari delle altre grandi capitali d'Europa: Berlino, Parigi, Londra... Guardatela: essa è tuttora il mio solo amore, la mia sola consolazione, ora che sono morto, non avendo più altro di vivo che gli occhi!
Con il solito gesto indicava di nuovo la finestra.
Sotto il cielo d'un azzurro intenso, Roma si stendeva all'infinito, tutta imporporata e dorata dal sole obliquo. Lontan lontano, gli alberi del Gianicolo chiudevano l'orizzonte colla loro cinta verde, di un verde limpido di smeraldo; mentre a sinistra, la cupola di San Pietro, scolorita dalla luce troppo viva, aveva la pallidezza azzurra di uno zaffiro.
Poi veniva la città bassa, la città rossiccia, come cotta da secoli da estati ardenti, la città così blanda allo sguardo, così bella della vita profonda del passato, un ammasso confuso e senza limiti di tetti, di torri, di campanili e di cupole. Nella prima parte della prospettiva, invece, sotto alla finestra, sorgeva la giovine città, quella che si costruiva da venticinque anni, dei cubi di muratura ammucchiati, ancora bianchi di calce, che nè il sole, nè la storia avevano peranco drappeggiato della loro porpora. Il tetto del colossale Ministero delle finanze, in ispecie, si stendeva come una steppa squallida ed infinita, d'una bruttezza crudele. E gli sguardi del vecchio soldato della conquista finirono col fissarsi su quello squallore dei nuovi edifizi.
Vi fu un momento di silenzio. Pietro aveva indovinato il brivido della tristezza dissimulata ed inconfessata che passava nelle vene del vecchio ed aspettava per cortesia.
- Vi chiedo scusa di avervi troncato la parola ? riprese Orlando. ? Ma secondo me, non potremo parlare con profitto del vostro libro, che quando avrete veduta e studiata Roma davvicino. Non siete giunto che ieri, eh? Ebbene, girate la città, guardate, interrogate, e credo che molte delle vostre idee si modificheranno. Aspetto specialmente la vostra impressione sul Vaticano, giacchè siete venuto all'unico scopo di vedere il papa e di difendere la vostra opera contro l'Indice. Perchè discutere oggi, mentre i fatti stessi debbon condurvi ad altre idee, meglio di quanto io potrei fare coi più bei discorsi del mondo?... Siamo intesi? Tornerete, e sapendo allora di che cosa parleremo, potremo forse intenderci.
- Ma certo, siete troppo buono ? disse Pietro. ? Non sono venuto oggi che per attestarvi la mia gratitudine per la bontà che avete mostrato leggendo con interesse il mio libro e per salutare in voi una delle glorie d'Italia.
Orlando non lo ascoltava, tenendo sempre gli occhi fissi su Roma. Non voleva più che se ne parlasse, e, suo malgrado, tutto compreso della sua inquietudine segreta, continuò a bassa voce, come per una confessione involontaria:
- Senza dubbio, abbiamo voluto fare troppo presto. Certe spese erano di una utilità incontestabile come le vie, i porti, le strade ferrate. E così pure si è dovuto armare il paese; non ho disapprovato, sulle prime, gli aggravi del bilancio militare. Ma poi, quel rovinoso dispendio della guerra, di una guerra che non è venuta, e di cui l'aspettativa ci ha mandati in rovina! Oh! sono sempre stato l'amico della Francia, e, se le faccio un rimprovero, è di non aver compreso la nostra posizione, l'importanza vitale che aveva per noi l'alleanza colla Germania. Ed il miliardo inabissato a Roma? Qui si sono commesse delle vere pazzie: abbiamo peccato per entusiasmo e per orgoglio. Nelle mie fantasticherie da vecchio solitario, ho indovinato pel primo l'abisso, la spaventosa crisi finanziaria, il deficit in cui la nazione andrebbe a sommergersi! L'ho gridato a mio figlio, a tutti quelli che mi avvicinavano, ma a che pro'? Non mi davano retta, avevano perduto il senno, comperando, rivendendo, fabbricando, nella febbre della speculazione e dell'illusione. Oh! vedrete, vedrete. Il peggio si è che non abbiamo, come da voi una riserva di uomini e di denari nella fitta popolazione della campagna, un risparmio sempre serbato per colmare i vuoti scavati dalle catastrofi. Presso di noi, l'assurgere del popolo, ancora nullo, non rigenera il sangue sociale con un continuo contingente di uomini nuovi; il popolo è povero, non ha gruzzoli nascosti nelle calze da offrire. La miseria è spaventosa, convien pur dirlo. Quelli che hanno denari preferiscono mangiarli meschinamente in città, che arrischiarli in imprese agricole, o industriali. Le officine sono lunghe da costruire, la terra è rimasta quasi dappertutto alla coltivazione barbara di duemila anni fa... Ed ecco che Roma, Roma che non ha fatto l'Italia, e di cui l'Italia ha fatto la sua capitale per lo sforzo del suo costante e fervido desiderio, Roma non è altro finora che lo splendido scenario della gloria dei secoli e non ci ha dato altro, colla sua popolazione papale imbastardita, tutta orgoglio ed infingardaggine, che lo sfolgorio di quello scenario! L'ho amata, l'amo ancor troppo per rimpiangere di trovarmici. Ma, Dio buono! che folle ebbrezza ha insinuato in noi, quanti milioni ci è costata, con che peso trionfale ci schiaccia. Guardate! Guardate!
Erano gli scialbi tetti del Ministero delle finanze, la immensa steppa squallida, che egli mostrava, come se avesse veduto lassù la messe di gloria falciata in erba, la dolorosa nudità del prossimo fallimento.
I suoi occhi si velarono di lagrime frenate. Egli era mirabile nella sua speranza delusa, nella sua inquietudine colla testa poderosa da vecchio leone incanutito, ed impotente, inchiodato in quella camera così nuda e così chiara, di una povertà così altera, che sembrava una protesta contro lo sfarzo monumentale della via. Questi dunque avevano fatto delle conquiste! Ed egli era fulminato oggi, inetto a dare di nuovo il suo sangue e l'anima sua!
- Sì! sì! ? esclamò con un ultimo grido ? si dava ogni cosa, il cuore, la testa, l'esistenza tutt'intera, finchè si trattava di far la patria una e indipendente. Ma oggi che la patria è fatta, chi può infervorarsi per riorganizzarne la finanza? Non è un ideale, questo! Ed ecco perchè, mentre i vecchi muoiono, non sorge un uomo nuovo tra i giovani!
All'improvviso s'interruppe, un po' sconcertato, sorridendo del suo impeto.
- Scusatemi, torno sempre daccapo: sono incorreggibile... Dunque siamo intesi: lasciamo questo argomento, e, se tornate, ne discorreremo, quando avrete veduto ogni cosa.
Da quel momento in poi si mostrò amabilissimo, e Pietro comprese il suo rammarico di aver parlato troppo, dalla bonarietà affascinante, dall'affettuosità sempre più intensa di cui lo ravvolse. Lo supplicava di rimanere a lungo a Roma, di non giudicarla troppo facilmente, di convincersi che, in fondo, l'Italia amava ancora la Francia. Egli voleva anche che si amasse l'Italia, risentiva una vera ansia al pensiero che non la si amasse forse più. Come il giorno precedente al palazzo Boccanera, il prete ebbe coscienza di una specie di pressione esercitata su di lui, per costringerlo all'ammirazione ed alla tenerezza. L'Italia, come una donna che avvedutasi di non essere nella pienezza del suo fascino, diventa permalosa, preoccupata dell'opinione dei visitatori, sforzandosi di conservare il loro amore.
Ma quando Orlando seppe che Pietro era sceso al palazzo Boccanera, si riscaldò di nuovo; e fece un atto di vivo dispetto, udendo picchiare alla porta proprio in quel punto.
Mentre gridava avanti, trattenne il giovane.
- No, non ve ne andate, voglio sapere...
Entrò una signora gracile e piccolina, ancora bella sebbene avesse varcato i quaranta, coi tratti fini ed il sorriso grazioso, sebbene di viso troppo pingue. Era bionda, con occhi verdi limpidi come acqua di sorgente. Vestita con gusto, di un abbigliamento color reseda, sobria ed elegante, aveva l'aspetto piacevole, accorto e modesto.
- Ah! sei tu, Stefana ? disse il vecchio che si lasciò abbracciare.
- Sì, zio, passavo di qui ed ho voluto salire per sapere vostre notizie.
Era la signora Sacco, nipote dei Prada, nata a Napoli da una madre milanese, maritata al banchiere napoletano Pagani, andato poi in rovina. Dopo quella sciagura, Stefana aveva sposato Sacco, allora meschino impiegatuccio postale. Questi volendo rialzare la casa del suocero, si era messo in affari audaci, complicati e loschi, mercè i quali aveva avuto la fortuna impreveduta di farsi eleggere deputato. Dacchè era venuto a Roma per farne la conquista, sua moglie doveva coadiuvarlo nella sua sfrenata ambizione, far lusso, dare ricevimenti: e, seppure si rivelasse ancora un po' malaccorta in quella parte, gli rendeva però dei servigi non disprezzabili, dirigendo la casa da buona massaia, mostrandosi molto prudente ed economa, con tutte le ottime qualità dell'Italia del nord, ereditate dalla madre, qualità che davano ottimi risultati contrapposti alla turbolenza ed al disordine di suo marito, in cui l'Italia meridionale divampava nel suo perenne erompere di ingordigia.
Il vecchio Orlando, serbava nel suo disprezzo per Sacco, un certo affetto verso la nipote, in cui ritrovava il proprio sangue.
La ringraziò, e parlò subito della notizia data dai giornali della mattina, sospettando che il deputato avesse mandato la moglie per sapere il suo avviso.
- E così? Questo ministero?
Essa si era seduta e non si affrettava a rispondere, guardando i giornali sparsi sulla tavola.
- Oh! non si è combinato nulla ancora; la stampa ha parlato troppo presto. Sacco è stato chiamato dal presidente del Consiglio ed hanno conferito assieme. Ma egli è molto incerto, teme di non aver nessuna attitudine per l'agricoltura. Ah! se fossero le finanze!... Eppoi non avrebbe preso nessuna risoluzione senza consultarvi. Che cosa ne pensate, zio?
Egli l'interruppe con gesto impetuoso.
- Nulla, nulla, non m'immischio di codeste faccende!
Il rapido successo di Sacco, quell'avventuriere, quell'affarista che aveva sempre pescato nel torbido, era una cosa turpe per lui, segnava il principio della fine. Certo, suo figlio Luigi lo faceva disperare. Ma quando si pensava che Luigi, colla sua splendida intelligenza, colle belle doti che possedeva ancora, non era nulla, mentre quel Sacco, quell'azzeccagarbugli, quel gaudente, sempre affamato, dopo essersi insinuato nella Camera, era in procinto di guadagnarsi un portafogli. Nero ed asciutto, con occhi rotondi, zigomi sporgenti, lunga bazza, Sacco era un omettino che gesticolava e perorava sempre, con eloquenza chiassosa, e di cui l'unico fascino stava nella voce, una voce mirabile per forza e dolcezza, un essere insinuante, che sapeva profittare di tutto, sedurre e dominare.
- Hai udito, Stefana: dirai a tuo marito che il solo consiglio che io abbia da dargli è quello di tornare, come impiegato, alla posta, in cui potrà forse rendere dei servigi. 
Quello che esacerbava ed angosciava il vecchio soldato era la prosperità di un simile individuo, un Sacco, piovuto come un bandito a Roma, in quella Roma di cui la conquista aveva costato tanti nobili sforzi. Ecco che alla sua volta Sacco conquistava la città, togliendola a quelli che l'avevano guadagnata con tanta fatica, facendola sua, per deliziarsene, per appagarvi la sua smania sfrenata di dominio.
Sotto parvenze dolci e modeste, egli nascondeva la sua bramosia di divorarsi ogni cosa. Dopo la vittoria, mentre il bottino era ancor caldo e palpitante, erano calati i lupi.
Dopo i patrioti che avevano fatto l'Italia, la banda degli avventurieri accorreva al pasto, si avventava sul paese, e se ne impinguava come d'una preda.
Ed in fondo, nello sdegno dell'eroe fulminato, faceva capolino l'antagonismo, ancora molto spiccato, fra il Settentrione ed il Mezzogiorno; il Nord lavoratore ed economo, politico prudente, imbevuto delle grandi idee moderne ? il Mezzogiorno baldanzoso, indolente, assetato di vita, tutto calore e colore, nell'attività ingenua e disordinata, come nella sonorità delle belle parole squillanti.
Stefana sorrideva placidamente, guardando Pietro che si era ritirato presso la finestra.
- Oh, zio! dite così, ma ci volete molto bene ad ogni modo, e m'avete dato, a me personalmente, più di un buon consiglio di cui vi ringrazio... Gli è come per la storia di Attilio...
Parlava del figlio, il tenente, e della sua avventura amorosa con Celia, la principessina Buongiovanni, di cui si discorreva in tutti i salotti dell'aristocrazia nera e bianca.
- Oh, in quanto ad Attilio è un'altra cosa! ? sclamò Orlando. ? In lui come in te scorre il mio sangue, ed è meraviglioso come io mi ritrovo in quel bravo ragazzo. Sì, egli è il ritratto di quello che ero io alla sua età; è bello, prode, entusiasta!... Come vedi, mi faccio dei complimenti... Ma in verità, Attilio mi riscalda il cuore, vi riaccende la speranza, poichè è l'avvenire. E così? il suo romanzo?
- Ah! zio, il suo romanzo ci dà dei dispiaceri. Ve ne ho già parlato e vi siete stretto nelle spalle, dicendo che in quelle questioni, i genitori non avevano altro da fare che lasciar gli innamorati sbrigarsi da sé... Ma noi non vogliamo, naturalmente, che si vada dicendo dappertutto che spingiamo nostro figlio a rapire la principessina per sposare poi i suoi denari ed il suo titolo.
Orlando si diede a ridere schiettamente.
- Ecco un nobile scrupolo! E' tuo marito che t'ha detto di manifestarmelo? Sì, so che ostenta la delicatezza in questo caso... In quanto a me, te lo ripeto, mi reputo onesto quanto lui, ma se avessi un figlio come il tuo, un figlio così retto, così buono, così ingenuamente innamorato, gli lascierei sposare la donna che gli andasse a genio e nel modo che gli garbasse. I Buongiovanni! Dio mio, i Buongiovanni con tutta la loro nobiltà ed i denari che possiedono ancora, potranno ritenersi onorati di aver per genero un bel giovane, dall'anima grande!
Di nuovo, Stefana assunse il suo fare di placida soddisfazione. Non veniva probabilmente che per essere approvata.
- Va bene, zio; ripeterò queste parole a mio marito ed egli ne terrà gran conto: poiché, se voi siete severo per lui, egli ha invece una vera venerazione per voi... In quanto a quel ministero, non se ne farà nulla forse, Sacco deciderà secondo le circostanze.
Si alzò e prese congedo, abbracciando il vecchio molto teneramente come nell'entrare. E gli fece dei complimenti sulla sua buona cera, gli disse che era ancora molto bello, e lo fece sorridere nominandogli una signora che andava ancora pazza di lui. Poi, dopo aver risposto con un lieve inchino al tacito saluto del giovane prete, se ne andò, col suo fare modesto ed assennato.
Per un momento Orlando restò silenzioso, con gli occhi sulla porta, ricadendo nella tristezza, forse col pensiero fisso al presente torbido e penoso, così diverso dal glorioso passato. Poi, all'improvviso, si volse a Pietro che aspettava ancora.
- E così, amico mio, siete sceso al palazzo Boccanera? Ah! che disastro anche da quella parte!
Ma quando Pietro gli ebbe ripetuta la conversazione con Benedetta, la frase in cui ella aveva detto che amava ancora Orlando e non dimenticherebbe mai la sua bontà, checchè avvenisse, egli si intenerì e la sua voce ebbe un tremito.
- Oh! è una buon'anima, non è cattiva. Ma che volete? Non amava Luigi ed egli è stato un po' violento forse. Queste cose non sono più un mistero e ve ne parlo liberamente, poichè con mio gran dolore tutti le sanno.
E, abbandonandosi ai ricordi, Orlando disse la sua viva gioia prima delle nozze, all'idea che quella mirabile creatura diventerebbe sua figlia, rimettendo così la gioventù e la grazia attorno al suo seggiolone d'infermo. Aveva sempre avuto il culto della bellezza, un culto appassionato d'amante di cui la donna sarebbe stata l'unico obbiettivo, se la patria non avesse reclamato per sè la parte migliore dell'essere suo. Ed infatti, Benedetta lo adorava, lo venerava, venendo a passare molte ore con lui, abitando l'umile cameretta, che risplendeva allora della luce di grazia divina che essa recava con sè. Egli si sentiva rivivere nel suo alito fresco, nella sua fragranza e nella carezzevole tenerezza femminile con la quale essa l'attorniava, senza posa, di gentili cure.
Ma, subito dopo, che dramma terribile e come il suo cuore aveva sanguinato non trovando modo di riconciliare gli sposi!
Egli non poteva dar torto al figlio di voler essere un marito aggradito ed amato. In principio, dopo quella prima notte disastrosa, quell'urto di due esseri che si ostinavano entrambi nella loro fissazione, Orlando aveva sperato di persuadere Benedetta, di poterla condurre fra le braccia di Luigi. Poi, quando essa, tutta in lagrime, gli ebbe fatta la confessione del suo antico amore per Dario, dell'improvvisa repulsione dell'essere suo di fronte all'atto, alla dedizione della sua verginità ad altr'uomo, comprese che essa non avrebbe mai ceduto. Ed un anno intero era scorso così, egli aveva vissuto un anno inchiodato nel seggiolone, mentre quel dramma straziante si svolgeva sotto di lui, in quegli appartamenti sfarzosi di cui non gli giungevano all'orecchio neppure i rumori. Quante volte aveva tentato di udire, temendo degli alterchi, disperato di non potersi rendere utile, promuovendo la felicità altrui!
Non sapeva nulla dal figlio che serbava il silenzio, ma, tratto tratto, otteneva qualche ragguaglio da Benedetta, quando un momento di emozione la lasciava senza difesa; e quel matrimonio, in cui aveva veduto, per un momento, la tanto desiderata alleanza della Roma antica colla nuova, quel matrimonio non consumato, lo faceva disperare, come lo scacco di tutte le sue speranze, la rovina finale del sogno a cui aveva dato tutta la sua vita. Egli stesso finì per desiderare il divorzio, tanto gli parevano intollerabili le sofferenze d'una simile situazione.
- Ah! amico mio, non ho mai compreso così bene come in quest'occasione la fatalità di certi antagonismi e come sia possibile di fare la sventura propria e l'altrui, avendo il cuore il più tenero e la ragione la più sana!
Ma la porta si aprì di nuovo, e questa volta, senza bussare, il conte Prada entrò. Subito, dopo un rapido saluto al visitatore che si era alzato, egli prese dolcemente le mani del padre e le tastò, temendo di trovarle troppo calde o troppo fredde.
- Arrivo in questo punto da Frascati dove ho dovuto pernottare, tante brighe mi dànno quelle costruzioni interrotte. E mi hanno detto che avete passato una cattiva notte.
- No, no, t'assicuro.
- Oh! non lo direste... Perchè vi ostinate a vivere quassù, senza nessuna comodità? Non è adatto alla vostra età. Mi dareste una gran gioia accettando una camera più comoda, dove dormireste meglio!
- Oh, no; no... So che mi vuoi bene, mio caro Luigi; ma, te ne prego, lasciami agire a seconda della mia vecchia testa. E' il solo modo di rendermi felice.
Pietro fu molto colpito dall'ardente affezione che illuminava gli sguardi dei due uomini, mentre si fissavano cogli occhi negli occhi. Gli parve cosa commoventissima e veramente bella quella tenerezza, fra tante idee ed atti contrari, fra tante divergenze morali che li separavano.
E si piacque a confrontarli.
Più basso di statura, più tarchiato, il conte Prada aveva la stessa testa energica e poderosa del padre, coperta di ruvidi capelli neri, gli stessi occhi schietti, un po' duri, in una faccia chiara di carnagione, su cui spiccava la linea scura dei folti baffi.
Ma la bocca del figlio era diversa da quella d'Orlando; aveva una dentatura da lupo, sensuale e vorace, una bocca da rapina, creata per le sere di battaglia, quando non v'ha più altro da fare che addentare la conquista altrui, il che faceva dire, quando taluno vantava i suoi occhi leali: "Sì, ma non mi piace la sua bocca". I piedi erano grandi, le mani grasse e troppo larghe, ma molto belle.
E Pietro stupiva di trovarlo appunto come se lo figurava. Conosceva abbastanza intimamente la sua storia per ristabilire in lui il figlio dell'eroe che la conquista ha corrotto, che mangia voracemente la messe falciata dalla spada gloriosa del padre. Studiava specialmente il modo in cui le virtù del padre si erano traviate in lui, trasformandosi in vizi, e le qualità più nobili si erano pervertite, l'energia eroica e disinteressata diventando un feroce appetito di voluttà, l'uomo delle battaglie trasformato in uomo di rapina, dacchè non soffiavano più caldi sentimenti d'entusiasmo, dacchè non v'erano più battaglie da combattere e si viveva in ozio, tra le spoglie accumulate, saccheggiando e divorando. E l'eroe, il padre paralitico, immobilizzato, doveva assistere a quello spettacolo, a quella degenerazione del figlio, dell'affarista, impinguato di milioni.
Frattanto Orlando presentava Pietro.
- Il signor abate Froment, di cui ti ho parlato, l'autore del libro che t'ho fatto leggere.
Prada si mostrò molto cortese, parlando subito di Roma con slancio intelligente, da uomo che l'avrebbe voluta una grande capitale moderna. Aveva veduto Parigi trasformata dal secondo impero, Berlino ingrandita ed abbellita dopo le vittorie della Germania; e, secondo lui, se Roma non seguiva il movimento, se non diventava una città adatta ad un forte popolo moderno, era minacciata di pronta morte. O un museo in sfacelo, o una città rifatta, resuscitata.
Pietro, molto colpito e già quasi convinto, ascoltava quell'uomo d'ingegno, di cui la mente chiara e ferma lo affascinava. Sapeva con quale destrezza egli avesse manovrato nell'affare della villa Montefiori, facendosi ricco, dove tanti altri erano caduti in rovina, probabilmente perchè aveva preveduto la catastrofe inevitabile, nell'ora in cui la febbre delle speculazioni faceva perdere il senno a tutta la nazione. Però sorprendeva già dei segni di stanchezza, delle rughe precoci, una depressione delle labbra, su quella faccia energica, come se l'uomo si stancasse della lotta continua, fra il crollare degli edifizii vicini, che scuotevano il suolo e minacciavano di portar via, per contraccolpo, le fortune più salde. Si raccontava che, negli ultimi tempi, Prada avesse avuto delle gravi preoccupazioni; non v'era più nulla di sicuro, tutto poteva essere inghiottito nella crisi finanziaria, che si faceva, di giorno in giorno, più grave. In quel rude figlio dell'Italia settentrionale si notava una specie di decadenza, una lenta corruzione, sotto l'influenza di Roma che ne infiacchiva l'energia. Egli aveva saziato con impeto tutti i suoi appetiti, appetiti di denaro, appetiti di donne, ed in quell'impeto si era esaurito. E quest'era il segreto della malinconia d'Orlando, che vedeva la sua stirpe da conquistatore degenerare rapidamente; mentre Sacco, quell'italiano del Mezzodì, favorito dal clima, avvezzo a quell'aura di voluttà, a quelle antiche città polverose, arse dal sole, vi prosperava, come la vegetazione spontanea del terreno, saturo di delitti storici, e vi s'insignoriva a poco a poco di ogni cosa: la ricchezza e la potenza.
Uno di loro avendo profferito il nome di Sacco, Orlando riferì a Luigi la visita di Stefana. Si guardarono con un sorriso senza aggiungere commenti. Correva voce che il ministro dell'agricoltura, morto recentemente, non verrebbe surrogato subito; che un altro ministro prenderebbe forse l'interim, in attesa dell'apertura della Camera.
Poi si parlò del palazzo Boccanera; e Pietro, incuriosito, raddoppiò di attenzione.
- Ah! ? sclamò il conte ? siete sceso in via Giulia. Tutta la vecchia Roma dorme laggiù nel silenzio dell'oblio.
Si diede poi a discorrere, colla massima disinvoltura, del cardinale e persino di Benedetta, la "contessa", come egli diceva, parlando della moglie.
Si sforzava di non mostrare nessuna collera. Ma il giovine prete sentì che il suo cuore fremeva e sanguinava, bollente di rancore. La passione della donna, il desiderio erompevano in lui colla violenza di un bisogno che doveva appagare immediatamente, ed anche questa era forse una delle virtù pervertite del padre: il sogno entusiasta che volava alla mèta, che metteva capo all'azione istantanea.
Così, dopo la sua relazione colla principessa Flavia, quando aveva voluto Benedetta, la nipote divina di una zia ancora così bella, egli s'era rassegnato ad ogni cosa: al matrimonio, alla lotta contro quella fanciulla che non lo amava, al pericolo quasi certo di rovinare la sua vita per sempre. Piuttosto che non averla, egli avrebbe incendiato Roma.
Ed il dolore insanabile che lo tormentava, la piaga sempre viva che portava nel fianco, era il non averla potuta possedere, il dirsi che, pur essendo sua, ella gli aveva resistito. Egli non doveva mai perdonare quell'ingiuria; la ferita rimaneva profonda nelle carni insaziate, dove il menomo tocco ne risvegliava il bruciore.
E sotto la sua apparenza di uomo corretto delirava allora in lui il sensuale geloso, vendicativo e capace perfino d'un delitto.
- Il signor abate è informato di tutto ? mormorò il vecchio Orlando, colla sua voce malinconica.
Prada fece un gesto che significava come ormai la cosa fosse caduta nel dominio pubblico.
- Ah! padre mio, se non fosse stato per obbedirvi, non avrei mai aderito a quel processo d'annullamento! La contessa sarebbe stata costretta quindi a reintegrare il domicilio coniugale, e non si farebbe beffe di me, oggi, coll'amante, con quel Dario, suo cugino.
Con un gesto, Orlando volle protestare.
- Ma certo, padre mio! Perchè credete che sia scappata, se non per andare coll'amante, a casa sua? E trovo, a dir vero, che quel palazzo di via Giulia, col suo cardinale, ospita delle cose poco pulite!
Quest'era la diceria che Prada diffondeva dappertutto, l'accusa che moveva alla moglie, quella relazione adultera messa in mostra così pubblicamente.
In fondo non vi credeva neppur lui, conoscendo troppo il gran senno di Benedetta, l'importanza superstiziosa e quasi mistica che annetteva alla sua verginità, e la sua ferma determinazione di non darsi che all'uomo che amava, quando questi fosse suo marito al cospetto di Dio. Ma trovava quell'accusa molto efficace e opportuna come arma.
- A proposito ? sclamò d'un tratto: ? sapete, padre mio, che mi hanno comunicato il promemoria di Morano, ed è cosa stabilita che non s'è potuto consumare il matrimonio per impotenza del marito?
Diede in una risata per dimostrare che quell'asserzione gli pareva il colmo del ridicolo. Ma s'era fatto pallido per la segreta esasperazione, ed un riso amarissimo, d'una crudeltà sanguinaria, gli stirava il labbro; era evidente che non s'era deciso a difendersi in quel processo, di cui, sulle prime, non voleva tener nessun conto, che per ribattere quella falsa accusa di impotenza, così insultante per un uomo della sua virilità. Aveva quindi deciso di far causa, convinto d'altronde che sua moglie non otterrebbe l'annullamento del matrimonio. E, sempre ridendo, dava dei particolari un po' scabrosi sull'atto, spiegando che realmente non era facile con una donna che si rifiuta, che graffia e che morde, ma che, del resto, non era poi tanto certo di non essere riuscito.
In tutti i casi, chiederebbe la prova, il giudizio di Dio, come diceva, ridendo della sua facezia; e davanti al consesso dei cardinali, se spingevano la coscienza fino al punto di voler constatare la cosa in persona.
- Luigi! ? disse dolcemente Orlando, accennando, con un'occhiata, il giovine prete.
- Sì, sì, sto zitto, padre mio, avete ragione. Ma, in verità, è tanto turpe e ridicolo... Sapete le parole di Lisbeth: "Ah, povero amico, è dunque un piccolo Gesù che io partorirò?"
Di nuovo Orlando parve malcontento, perchè non gli garbava che suo figlio ostentasse, così liberamente, davanti ai visitatori quella sua tresca.
Lisbeth Kauffmann, appena trentenne, molto bionda, molto rosea, di un'allegria sempre desta, vedova di un giovane morto da due anni a Roma, dove era venuto a curarsi di una malattia di petto, faceva parte della colonia straniera. Libera ed abbastanza ricca per non aver bisogno di nessuno, s'era fermata a Roma per inclinazione, essendo molto appassionata per l'arte e dipingendo ella stessa un pochino, ed aveva comperato in via Principe Amedeo, in un quartiere nuovo, una palazzina, di cui la sala del secondo piano, trasformata in istudio, fragrante per fiori in ogni stagione e addobbata di stoffe antiche, era molto frequentata dalla società amabile ed intelligente.
Lisbeth, sempre allegra, dava dei ricevimenti, vestita di lunghi camiciotti, un po' birichina, con certi scatti terribilmente audaci, ma molto educata e senza altra relazione compromettente che quella di Prada. Probabilmente egli aveva saputo andarle a genio, per cui essa gli si era concessa, senz'altro, quattro mesi dopo l'abbandono di sua moglie; ed era incinta di sette mesi; nè dissimulava la sua gravidanza, così serena e felice che il suo vasto circolo di conoscenti continuava a recarsi da lei, come se nulla fosse, nella vita facile e libera delle grandi città cosmopolite.
Quella gravidanza dava molta gioia al conte, poichè diventava ai suoi occhi il migliore argomento contro l'accusa, di cui il suo orgoglio di uomo soffriva tanto. Ma, in fondo, la ferita insanabile sanguinava pur sempre, senza che egli lo confessasse, perchè nulla, nè la prossima paternità, nè il possesso lusinghiero e dilettevole di Lisbeth, compensavano l'amarezza del rifiuto di Benedetta. Era lei che egli ardeva di possedere, lei che avrebbe voluto punire tragicamente della resistenza che gli aveva opposta.
Pietro, non essendo informato della relazione di Prada con Lisbeth, non poteva intendere, e, siccome si sentiva un po' impacciato, prese, tanto per far qualcosa, un grosso volume che stava tra i giornali sparsi sulla tavola, meravigliando di vedere in quel luogo un'opera classica francese, uno di quei manuali pei licei in cui si trova un compendio delle nozioni richieste nei programmi. Non era che un libro semplice e pratico di coltura elementare, ma trattava per la sua indole di tutte le scienze matematiche, di tutte le scienze fisiche, chimiche e naturali, cosicchè riassumeva all'ingrosso le conquiste del secolo e lo stato attuale dell'intelligenza umana.
- Ah! ? esclamò Orlando, lieto della diversione ? voi guardate il libro del mio vecchio amico Teofilo Morin. Sapete che era uno dei Mille di Marsala e che ha conquistata la Sicilia e Napoli con noi? Un eroe!... E da più di trent'anni è tornato in Francia, nella sua cattedra di professore, che non l'ha punto arricchito. Ha pubblicato quindi questo libro di cui, a quanto pare, la vendita procede così bene che gli è venuta l'idea di ricavarne un altro piccolo profitto mercè le traduzioni, fra le quali una italiana... Siamo rimasti fratelli, ed egli ha pensato di valersi della mia influenza, che reputa decisiva. Ma s'inganna, ed io temo, pur troppo, di non poter riuscire a far adottare il suo lavoro.
Prada, di nuovo riserbato e gentilissimo, si strinse leggermente nelle spalle, collo scetticismo della sua generazione non di altro bramosa che di conservare le cose che sussistono già per ricavarne il massimo vantaggio possibile.
- A che pro? ? disse. ? Troppi libri! Troppi libri!
- No, no! ? riprese il vecchio con passione: ? non vi sono mai troppi libri! Ce ne vogliono ancora e sempre! Col libro, e non più colla spada, l'umanità trionferà oggi della menzogna, dell'ingiustizia, conquistando la pace finale della fratellanza fra i popoli... Sì, tu sorridi, so che queste le chiami le mie idee del '48, idee da fossili, come dite in Francia, non è vero, signor Froment? Ma ciò non toglie che l'Italia è perduta se non si riprende il problema dal basso, voglio dire se non si forma il popolo: e non v'ha che un modo di formare il popolo, di creare degli uomini, cioè l'istruirlo, lo sviluppare, mediante la scienza, quella forza immensa e sterile che poltrisce oggi nell'ignoranza e nella pigrizia... Sì, sì! L'Italia è fatta, formiamo gli italiani. E ci vogliono libri, molti libri! E andiamo avanti, sempre più avanti, nella scienza, nella luce, se vogliamo vivere, se vogliamo essere sani e buoni e forti!
Il vecchio Orlando era stupendo, mezzo eretto, col poderoso capo leonino, splendente dell'abbigliante bianchezza della barba e dei capelli.
Ed in quella camera candida, così commovente nella sua povertà di elezione, egli aveva gettato il suo grido di speranza, con un tal impeto di fede, che il giovane prete vide un'altra figura sorgere dinanzi a lui, quella del cardinale Boccanera, figura tutta fosca, ritta in piedi, coi capelli folti, risplendente anche lui per bellezza eroica, in mezzo al suo palazzo smantellato, le cui vôlte dorate minacciavano di rovinargli sulle spalle.
Ah! che nobili ostinati, che credenti, quei vecchi che restavano più virili, più appassionati dei giovani! Quei due, Orlando ed il cardinale, stavano ai due poli opposti della fede, non avendo in comune nè un'affezione, nè un'idea: eppure in quell'antica Roma in cui tutto cadeva in polvere pareva ch'essi soltanto protestassero, indistruttibili, faccia a faccia al disopra della città, come due fratelli nemici, immobili all'orizzonte. L'averli veduti così, l'uno dopo l'altro, tanto illustri, tanto soli, tanto superiori alla bassezza quotidiana, bastava per riempire una giornata di un sogno di eternità.
Subito, Prada aveva preso le mani del vecchio per calmarlo con una stretta teneramente filiale.
- Sì, sì, padre mio, avete ragione, sempre ragione, ed io sono un imbecille di contraddirvi. Ve ne prego, non vi agitate più così, perchè vi scoprite le gambe e prenderanno freddo.
E, inginocchiandosi, ravviò le coltri con cura infinita. Poi, restando in terra, come un ragazzetto, nonostante i suoi quarantadue anni suonati, alzò sul padre gli occhi umidi, soffusi di mesta e duplice adorazione, mentre il vecchio, calmato e molto commosso, gli accarezzava i capelli colle dita tremanti.
Pietro era là da quasi due ore, quando, finalmente, prese congedo, molto colpito e commosso da quanto aveva veduto ed inteso.
E di nuovo dovette promettere di tornare per poter discorrere a lungo.
Uscito, si diè a camminare a caso. Suonavano appena le quattro, pensava di attraversare Roma senza itinerario fisso, in quell'ora deliziosa in cui il sole scende all'orizzonte, nell'aria rinfrescata, intensamente azzurra. Ma si trovò quasi subito in via Nazionale, dove era passato in carrozza, il giorno antecedente, e riconobbe il palazzo della Banca, scialbo ed immenso, i giardini verdi che assurgevano al Quirinale, il pino torreggiante della villa Aldobrandini.
Poi, alla svolta, come si fermava per rivedere la colonna Traiana che spiccava ora fosca in fondo alla piazza bassa, già invasa dal crepuscolo, fu sorpreso dall'improvvisa fermata di una vittoria, d'onde un giovane lo chiamava cortesemente con un cenno.
- Signor abate Froment! Signor abate Froment!
Era il giovane principe Dario Boccanera che andava a fare la sua passeggiata quotidiana sul Corso. Non aveva più altre risorse ormai che i doni dello zio cardinale, quasi sempre molto scarso di contanti. Ma, come tutti i romani, avrebbe vissuto di pane e d'acqua, se fosse stato necessario, per serbarsi carrozza e cavalli. A Roma, la carrozza è il lusso indispensabile.
- Se volete salire, signor abate, sarò felicissimo di farvi vedere un poco la nostra città.
Probabilmente, voleva far piacere alla cugina, mostrandosi cortese verso il suo protetto. Poi nel suo ozio gli sorrideva d'iniziare quel giovine prete, che dicevano tanto intelligente, a quella vita che gli pareva la più eletta di Roma, la vita impareggiabile.
Sebbene Pietro preferisse di fare una passeggiata solitaria, dovette gradire l'offerta. D'altronde quel giovane, quell'ultimo rampollo di una stirpe esaurita, che egli indovinava inetto del pari al pensiero che all'azione, nel suo orgoglio e nella sua indolenza, sebbene molto affascinante, lo interessava.
Molto più romano che patriotta, Dario non aveva mai avuto la menoma velleità di riavvicinarsi al governo, pago di vivere in disparte, nell'ozio il più assoluto, e per quanto fosse di tempra appassionata, non commetteva pazzie avendo, in fondo, come tutti i suoi concittadini, molto senso pratico e molto giudizio, sotto un'impetuosità apparente.
Appena la carrozza ebbe attraversata la piazza di Venezia e si mise pel Corso, egli diede libero sfogo alla sua vanità fanciullesca, alla sua passione della vita libera, gaia e felice, sotto il bel cielo. E tutto questo si palesò chiaramente nel semplice gesto che fece, dicendo:
- Il Corso!
Come il giorno antecedente, Pietro fu colpito di meraviglia.
La lunga ed angusta via gli appariva di nuovo fino alla piazza del Popolo, bianca di luce, colla sola differenza che ora le case di destra erano illuminate dal sole, mentre quelle di sinistra restavano nell'ombra. Come! Quest'era il Corso? Quella trincea semibuia, strozzata tra facciate alte e massiccie? Quella strada angusta, ai cui lati una fila di botteghe meschine costituivano una esposizione da Bazar, e dove tre carrozze, tutt'al più, potevano passare di fronte?
Nè spazio libero, nè vastità di orizzonti, nè refrigerio di verzura! Null'altro che la ressa, il serra-serra, l'affollamento lungo gli stretti marciapiedi, sotto un angusto lembo di cielo! E per quanto Dario gli nominasse i palazzi storici e fastosi, il palazzo Bonaparte, il palazzo Doria, il palazzo Odescalchi, il palazzo Sciarra, il palazzo Chigi ? per quanto gli mostrasse la piazza Colonna, colla colonna Antonina, la piazza la più animata della città, dove c'è un continuo brulichìo di gente in piedi che guarda e discorre; per quanto si studiasse, sino alla piazza del Popolo, di fargli ammirare le chiese, le piazze, le vie trasversali, la via dei Condotti, in capo a cui si ergeva, nella gloria del sole cadente, l'apparizione della Trinità dei Monti, tutta d'oro, in cima allo scalone trionfale di piazza di Spagna, Pietro serbava la sua prima impressione di disinganno, trovando la via senz'aria e senza maestà, i palazzi simili ad ospedali od a tristi caserme, la piazza Colonna, troppo priva di alberi e non ammirando che la Trinità dei Monti nel suo lontano sfolgorìo d'apoteosi.
La carrozza frattanto ridiscendeva da piazza del Popolo a piazza di Venezia e risaliva e ridiscendeva di nuovo, facendo tre, quattro giri, senza che mai Dario se ne stancasse. Sui due marciapiedi sfilava una gran folla. Gli sguardi si dirigevano verso le carrozze, e le mani avrebbero potuto stringere quelle della gente che vi stava dentro.
A poco a poco, il numero delle carrozze si era fatto così grande che la doppia fila era ininterrotta, fittissima e costretta ad andare al passo.
La gente si toccava, si fissava, in quel perenne rasentarsi delle carrozze che scendevano e di quelle che salivano.
Era la promiscuità nell'aria libera, Roma intera raccolta nel minor spazio possibile ? la gente che si conosceva, ritrovandosi come nell'intimità di un salotto, la gente che non si parlava, i ceti più avversi che s'incontravano, studiandosi collo sguardo, frugandosi fino nell'anima.
E Pietro ebbe allora una rivelazione: comprese il Corso, l'antica consuetudine, la passione e la gloria della città.
Il piacere stava appunto nella ristrettezza della via, in quel contatto inevitabile che permetteva gli incontri desiderati, lo sfoggio delle vanità esaudite, l'appagamento delle curiosità, la raccolta inesauribile dei pettegolezzi.
Sul Corso, la città intera si rivedeva ogni giorno, si metteva in mostra, si spiava, si dava in spettacolo a se stessa, spinta da un bisogno così inveterato ed imperioso di vedersi in quel modo, che un uomo per bene, che non avesse fatto la sua comparsa pel Corso, sarebbe stato come un uomo estraneo, senza giornali, che vive da selvaggio.
E l'aria era d'una soavità deliziosa, l'angusta lista di cielo, fra i massicci palazzi dorati, aveva un'infinita purezza cerulea.
Dario non cessava di sorridere e di piegare lievemente la testa: nominava a Pietro i principi e le principesse, i duchi e le duchesse, i nomi illustri il cui ricordo empie la storia, di cui le sillabe squillanti evocano il cozzare delle armi nelle battaglie, e i corteggi di gala dei papi: tonache di porpora, tiare d'oro, vesti sacre, scintillanti di gemme: e Pietro si struggeva di non scorgere che delle pingui signore, degli omuncoli, degli esseri gracili e adiposi, che il vestire moderno rendeva ancor più brutti. Però passavano anche alcune belle donne, in ispecie delle ragazze, mute, con grandi occhi limpidi.
E mentre Dario gli additava il palazzo Buongiovanni, un'immensa facciata del secolo decimosettimo, con le finestre incorniciate di viticci d'un gusto dubbio, soggiunse scherzosamente:
- Ah! guardate, ecco là Attilio, sul marciapiede... Il giovine tenente Sacco; sapete non è vero?
Con un cenno, Pietro rispose che sapeva.
Attilio, in divisa, giovanissimo, dall'aspetto baldo e vivace, gli piacque subito pel viso schietto in cui splendevano di tenera luce gli occhi azzurri della madre. Simboleggiava davvero la gioventù e l'amore, nella loro speranza entusiastica e disinteressata da tutte le basse preoccupazioni dell'avvenire.
- Quando ripasseremo davanti al palazzo, vedrete ? riprese Dario ? Attilio sarà ancora là; ed io vi mostrerò una cosa.
E parlava celiando delle ragazze, quelle principessine, quelle duchessine, educate con tanto riserbo al Sacro Cuore, che completavano la loro educazione presso alle gonnelle materne, non facendo che il giro obbligatorio del Corso, e vivendo le lunghe giornate in una vera clausura, una vera prigionia, in fondo ai loro tetri palazzi. Ma che tempeste in quelle anime mute, in cui nessuno spingeva lo sguardo! Che lento svilupparsi della volontà sotto quell'obbedienza passiva, sotto quell'apparente inconsapevolezza di quanto le circondava! Come erano ostinatamente decise a dirigere da sè la loro vita, a scegliersi l'uomo preferito e ad ottenerlo a dispetto del mondo intero! E l'amante veniva cercato e scelto fra i numerosi giovinotti del Corso, l'amante veniva pescato cogli occhi durante la passeggiata, quegli occhi ingenui che parlavano, che bastavano a rivelare l'amore, a far la dedizione totale dell'amore, senza il più lieve bisbiglio delle labbra, castamente suggellate; e venivano poi i bigliettini amorosi, furtivamente consegnati in chiesa, i primi incontri innocenti, favoriti dalle cameriere che si lasciavano comperare; e spesso, in capo a tutto questo, un matrimonio.
Celia aveva voluto Attilio, da quando i loro sguardi si erano incontrati, nel giorno di tedio mortale in cui l'aveva veduto per la prima volta, da una finestra del palazzo Buongiovanni. Egli alzava la testa in quel punto, ed essa lo aveva conquistato per sempre, nel darsi ella stessa, coi suoi grandi occhi puri, fissati in quelli di lui. Non era che un'innamorata, quella fanciulla, null'altro, e quel giovane le piaceva, lo voleva, quello, non un altro; lo avrebbe aspettato vent'anni, ma sperava di conquistarlo subito mercè la sua placida fermezza di volontà. Si riferivano i terribili scatti di furore del padre, che si frangevano contro il silenzio rispettoso e caparbio di lei. Il principe, di sangue misto, figlio di un'americana, marito di una inglese, non lottava che per serbare intatto il suo nome e le sue ricchezze, in mezzo alle rovine altrui: e correva voce che, dopo un alterco in cui egli aveva voluto pigliarsela colla moglie, accusandola di non aver sorvegliata abbastanza la figlia, la principessa si fosse ribellata nel suo orgoglio e nel suo egoismo da forestiera che, dopo tutto, aveva portato cinque milioni di dote.
Non bastava l'avergli dato cinque figli? Essa passava i giorni assorta nel culto della propria persona, senza curarsi di Celia, nè della casa in cui spirava la bufera.
Mentre la carrozza stava per ripassare davanti al palazzo, Dario avvertì Pietro:
- Vedete, Attilio è tornato... Ed ora, guardate lassù, alla terza finestra del primo piano.
In una visione, fugace e gentile, Pietro vide un lembo della cortina scostarsi ed il volto soave di Celia, un giglio candido e chiuso, affacciarsi. Ella non sorrise, non fece un movimento. Non si leggeva nulla su quelle labbra di purezza, in quegli occhi limpidi e senza fondo. Eppure, ella prendeva possesso di Attilio e si dava a lui incondizionatamente. La cortina ricadde.
- Ah! che santarellina! ? mormorò Dario. ? Chi può mai sapere quello che c'è dietro tanta innocenza?
Pietro, voltandosi, osservò Attilio colla testa ancora alzata, la faccia immobile, pallido anche lui, con le labbra chiuse e gli occhi dilatati. E quella rivelazione dell'amore assoluto nella sua onnipotenza, dell'amore verace, eterno e giovanile, che sovrasta alle ambizioni ed ai calcoli dell'ambiente, lo penetrò di emozione profonda.
Dario diede ordine quindi al cocchiere di salire al Pincio, il giro del Pincio essendo obbligatorio, prima o dopo del Corso, nei pomeriggi di bel tempo.
Ed anzitutto si attraversò la piazza del Popolo, la più ariosa e la più regolare di Roma, coi suoi sbocchi e le sue chiese simmetriche, il suo obelisco centrale, le sue due macchie d'alberi che si fanno riscontro ai due lati del marciapiede bianco, tra gli edifizi severi, indorati dal sole. 
Poi la carrozza prese a destra, fra le erte del Pincio, una via serpeggiante, stupenda, ornata di bassi rilievi, di statue, di fontane, tutt'una specie di apoteosi di marmo, un ricordo della Roma antica che sorgeva fra il verde.
Ma, in cima, Pietro trovò il giardino piccolo, un largo piazzale, con appena i quattro viali necessarii perchè le carrozze potessero girarvi attorno.
Le effigie degli uomini illustri dell'Italia antica e moderna cingevano quei viali di una fila ininterrotta di busti. Egli ammirò particolarmente gli alberi, le specie più diverse e più rare, scelte e coltivate con cura infinita, quasi tutte di fogliame verde, il che perpetuava, in quel luogo, d'inverno come d'estate, un'ombra stupenda, con le sfumature di tutti i verdi immaginabili.
E la carrozza si diede a girare dietro le altre che passavano tra i bei viali pieni di frescura, in una primavera continua, instancabile.
Pietro notò una giovane signora, sola, in una victoria turchino-cupo, di un insieme molto elegante. Era bellina quella signora, piccola, castana, un colorito pallido, grandi occhi dolci, contegno modesto, di una semplicità seducente. Portava un vestito severo, color foglia secca, con un cappellino un po' stravagante.
Siccome Dario si diede a fissarla, il prete gli domandò come si chiamava, il che fece sorridere il giovane principe. Oh! era la Tonietta, una delle poche orizzontali di cui Roma si occupasse. Poi, senza scrupoli, colla coraggiosa schiettezza dei romani in tutto ciò che riguarda l'amore, egli proseguì raccontando vari dettagli: una ragazza, la cui origine era restata sempre un po' oscura; chi la voleva figlia di un oste di Tivoli, e chi la dava per nata a Napoli e figlia di un banchiere; comunque, era una ragazza molto intelligente, ben educata, che riceveva mirabilmente nel suo piccolo villino di via dei Mille, regalatole dal vecchio marchese Manfredi, ora morto. Essa non si metteva troppo in mostra, non aveva che un amante alla volta, e le principesse, le duchesse, che si occupavano di lei ogni giorno al Corso, la trovavano molto bellina. Una particolarità specialmente l'aveva resa celebre: essa aveva spesso dei trasporti di passione che la facevano darsi per nulla alla persona amata, da cui non accettava che un mazzo di rose bianche ogni mattina; di guisa che, quando la si vedeva, al Pincio, spesso per più settimane, con quelle rose candide, con quel mazzo bianco da sposa, tutti sorridevano con aria di tenera compiacenza.
Ma Dario s'interruppe per salutare con grande cerimonia una signora che passava in un immenso landau, in compagnia di un signore. E disse al prete semplicemente:
- Mia madre.
Pietro la conosceva. Aveva saputo la sua storia dal visconte de la Choue: il suo secondo matrimonio, a cinquant'anni, dopo la morte del principe Onofrio Boccanera: il modo col quale, splendida ancora, si era conquistato sul Corso come una giovanetta, un bell'uomo che aveva quindici anni meno di lei; e chi fosse quest'uomo, certo Giulio Laporte, un antico sergente della guardia svizzera, o, come si diceva, un antico commesso viaggiatore di reliquie, compromesso in una curiosa storia di reliquie false; e come essa avesse fatto di lui un marchese di Montefiori, di bella presenza, l'ultimo degli avventurieri fortunati, trionfante nel paese leggendario, ove i pastori sposano le regine.
Nell'altro giro, quando il grande landau ripassò, Pietro volle osservare ambedue. La marchesa, veramente meravigliosa, sfolgorava nella sua classica bellezza romana, grande, forte, molto bruna, con una testa da dea dai tratti regolari, un po' massicci, e non mostrava la sua età che dalla lanugine di cui era coperto il labbro superiore.
E il marchese, questo svizzero di Ginevra romanizzato, aveva veramente un aspetto signorile, col suo torso da robusto ufficiale ed i suoi baffi rialzati; lo si diceva non sciocco, gaio e spiritoso e molto amabile colle signore. Ed essa ne andava così superba che se lo conduceva sempre dietro facendone bella mostra; e aveva ricominciato con lui la sua vita di vent'anni, consumando la piccola fortuna salvata nel disastro della villa Montefiori, e dimenticando affatto suo figlio, cosicchè s'incontrava con lui soltanto alla passeggiata e lo salutava come una lontana conoscenza.
- Andiamo a vedere il sole che tramonta dietro la basilica di San Pietro ? disse Dario, da cicerone coscienzioso che mostra tutte le curiosità.
La carrozza si diresse sulla terrazza, ove suonava una banda militare. Molti equipaggi si erano fermati là per udire la musica; una folla di pedoni, di passeggiatori si era raccolta. E da quella terrazza ammirabile, altissima, molto vasta, si svolgeva una delle vedute più meravigliose di Roma. Al di là del Tevere, al disopra della macchia sbiadita del nuovo quartiere dei Prati di Castello s'innalzava San Pietro fra il verdeggiamento di Monte Mario e del Gianicolo. Poi a sinistra si vedeva tutta la vecchia città, una distesa di tetti senza limiti, un mare infinito di edifizi di cui l'occhio non arrivava a scorgere la fine. Ma gli sguardi tornavano sempre a San Pietro, dominante nell'azzurro in una grandezza pura e maestosa. E i lenti tramonti del sole, dietro il colosso, erano veramente sublimi sull'orizzonte sconfinato che si dominava dall'alto.
Qualche volta quei tramonti sono formati da uno sfacelo di immense nubi color di sangue, di battaglie di giganti, lottanti a colpi di montagne, soccombenti sotto le mostruose rovine di città in fiamme. Alle volte si vede un lago fosco, da cui si staccano delle screpolature rosse, come se una rete di luce fosse gettata per ripescare, fra le alghe, l'astro inghiottito.
Talvolta è una nebbia color di rosa, una polvere delicata che cade, rigata di perle, da un lontano acquazzone, il cui velo è disteso sul mistero dell'orizzonte.
Talvolta è un trionfo, un corteo di porpora e d'oro, dei carri di nubi che corrono su una via di fuoco, delle galee che galleggiano sopra un mare d'azzurro, delle pompe fastose e stravaganti che s'inabissano a poco a poco nella voragine senza fondo del crepuscolo.
Ma, quella sera, Pietro vide lo spettacolo sublime in una maestà placida, abbagliante e disperata.
Anzitutto, e al disopra precisamente della cupola di San Pietro, il sole, calando da un cielo senza macchie, di una limpidità intensa, era ancora così sfolgorante che gli occhi non potevano sostenerne lo splendore. In quello sfolgorìo, il tempio sembrava incandescente, un tempio d'argento liquido, mentre tutt'all'intorno, i tetti del Borgo erano come cambiati in un lago di brage.
Poi, il sole, nel suo lento declinare, perdette a poco a poco parte della sua fiamma, si potè fissarlo, ed in breve scese con maestosa lentezza dietro alla basilica, che spiccò completamente in azzurro cupo, quando l'astro, affatto nascosto, non fu più che un'aureola all'intorno, uno sfolgorìo che si dilatava in una corona di raggi fiammeggianti.
Ed allora cominciò il sogno, il simbolo abbagliante, la strana illuminazione della fila di finestre che sono sotto la cupola, traversate da parte a parte, diventate delle bocche sanguigne di fornace, cosicchè pareva che la chiesa posasse sopra un braciere, isolato nell'aria, e come sollevato e sorretto dalla violenza del fuoco. Quel fenomeno non durò che tre minuti.
Giù, in fondo, i tetti confusi del Borgo si annegavano fra vapori violetti, mentre l'orizzonte, dal Gianicolo al monte Mario, profilava la sua linea retta e fosca; e fu il cielo che divenne di porpora e d'oro, mettendo la placidità infinita di una luce sovrumana sulla terra che si annientava.
Finalmente, le finestre si estinsero, il cielo si estinse; non rimase, nella notte invadente, che la rotondità indistinta, sempre più vaga, della cupola di S. Pietro.
E Pietro vide sorgere ancora una volta, dinanzi a lui, per segreta associazione d'idee, le maestose e dolorose forme del cardinale Boccanera e del vecchio Orlando.
Nel vespro di quel giorno, in cui egli li aveva conosciuti l'un dopo l'altro, così grandi nella pertinacia delle loro speranze, essi erano là amendue, come scolte, all'orizzonte della loro città annichilita, sull'orlo del cielo che sembrava invaso e conquistato dalla morte.
Era forse volere del fato che tutto rovinasse con loro, che tutto sparisse e si spegnesse nella notte invadente dei tempi, giunti al loro termine?
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L'indomani, Narciso Habert, dolentissimo, riferì a Pietro che suo cugino, monsignor Gamba del Zoppo, il cameriere segreto, dicendosi indisposto, aveva chiesto due o tre giorni prima di ricevere il giovane prete ed occuparsi della sua udienza.
Pietro si vide dunque costretto all'immobilità, non avendo il coraggio di far tentativi presso altri onde vedere il papa, tanto lo avevano sgomentato sul pericolo di compromettere tutto con un passo falso. E, non avendo nulla da fare, si diede a visitare Roma per impiegare il tempo.
La sua prima visita fu alle rovine del Palatino.
In una mattina serena se ne andò solo, alle otto, e si presentò all'ingresso, un cancello che è in via San Teodoro, fra i padiglioni dei custodi.
E, subito, uno di questi gli si profferse per guida. Egli avrebbe preferito andare a suo talento, aggirarsi qua e là a seconda delle sue scoperte e delle sue fantasticherie. Ma gli doleva ricusare l'offerta di quell'uomo che parlava molto chiaramente il francese, con un geniale sorriso di compiacenza. Era un omuncolo tarchiato, un ex militare, sulla sessantina, dalla faccia quadrata e rubiconda, tagliata dalla linea dritta di due baffi bianchi.
- Se il signor abate vuol venire con me... Vedo che è francese. Io sono piemontese, e li conosco bene i francesi; ero a Solferino. Sì! sì! Checchè se ne dica, quando si è stati fratelli, non lo si dimentica più. Ecco! Salite di qua, a destra.
Pietro aveva subito riconosciuto, nell'alzare gli occhi, la linea di cipressi che fiancheggia il poggio del Palatino dalla parte del Tevere, quella stessa che aveva veduto dal Gianicolo il giorno del suo arrivo. Nell'aria così teneramente azzurra, il verde intenso di quegli alberi metteva come una frangia nera. Non vi si vedevano altre piante; il pendìo saliva nudo e brullo, d'un grigio di polvere, sparso solo di qualche cespuglio, fra cui sporgevano degli avanzi di mura antiche. Era lo squallore, la tristezza lebbrosa dei terreni di scavo, dove soltanto i sapienti si accendono di entusiasmo.
- Le case di Tiberio, di Caligola, dei Flavi sono lassù ? riprese la guida. ? Ma le serbiamo per l'ultimo; bisogna fare il giro.
Però si spinse un momento a sinistra, fermandosi davanti ad uno scavo, una specie di grotta nel fianco del monte.
- Questo è l'antro lupercale, dove la lupa ha allattato Romolo e Remo. Una volta si vedeva ancora all'ingresso la pianta di fico, il Ruminale, che aveva dato rifugio ai due gemelli.
Pietro non potè frenare un sorriso, tanto l'ex-soldato sembrava semplice e convinto nelle sue spiegazioni, molto superbo d'altronde di tutta quella gloria antica che era sua. Ma quando il buon galantuomo gli ebbe mostrato, accanto alla grotta, le vestigia della Roma quadrata, degli avanzi di mura che pareva risalissero veramente alla fondazione di Roma, vi prese interesse ed una prima emozione gli fece battere il cuore. E, certo, non era per la bellezza dell'aspetto, poichè si trattava di poche pietre da costruzione, sovrapposte senza cemento nè calce. Soltanto ne sorgeva l'evocazione di un passato di ventisette secoli, e quelle pietre sbriciolate ed annerite, che avevano sorretto un edifizio così celebre per splendore ed onnipotenza, assumevano una maestà straordinaria.
Ripresero il loro giro, tornando a destra, sempre lungo il fianco del monte.
Le dipendenze dei palazzi scendevano probabilmente fin là; avanzi di portici, sale in sfacelo, colonne e fregi rimessi in piedi, fiancheggiavano il sentieruolo sassoso che girava tra gramigne scapigliate di cimitero; e la guida, declamando quello che sapeva così bene per averlo ripetuto quotidianamente durante dieci anni, continuava ad affermare le ipotesi meno sicure, dando ad ogni rudero un nome, un impiego, una storia.
- La casa d'Augusto ? disse alla fine, con un gesto che indicava delle frane.
Questa volta, Pietro, non scorgendo assolutamente nulla, si arrischiò a domandare:
- Ma dove?
- Ah! signor abate, a quanto pare, se ne vedeva ancora la facciata alla fine del secolo scorso. Vi si accedeva dall'altra parte, per la via Sacra. Da questo lato v'era una gran loggia che dominava il Circo Massimo e d'onde si assisteva ai giuochi. D'altronde il palazzo, come potete constatare, è ancora sepolto quasi per intero sotto quel gran giardino lassù, il giardino della villa Miles; e quando si avranno i denari per fare gli scavi, lo si ritroverà certamente, come i templi di Apollo e di Vesta che gli stavano allato.
Volse a sinistra, entrando nello stadio, il piccolo circo per le corse pedestri, che correva lungo la casa stessa d'Augusto; e questa volta il prete, colpito, cominciò ad infervorarsi.
Non che vi fosse colà una rovina ben conservata e di aspetto monumentale: nessuna colonna era rimasta in piedi e non sorgevano ormai che le mura dell'ala destra; ma s'era ritrovato tutto il piano dell'edifizio, le colonnette ad ogni capo, il portico attorno alla pista, la tribuna dell'imperatore, colossale, la quale, prima a sinistra nella casa d'Augusto, si apriva poi a destra, incastrata nel palazzo di Settimio Severo.
E la guida andava sempre, fra i ruderi disseminati, dando spiegazioni prolisse e precise, affermando che i signori della direzione conoscevano il loro Stadio fin nei minimi particolari, a segno che ne stavano facendo un piano esatto, con gli ordini delle colonne, le statue, le nicchie, il genere dei marmi, di cui le mura erano rivestite.
- Oh! quei signori non hanno dubbi ? asseverò alla fine, con l'aria beata anche lui. ? Qui i tedeschi non avranno nulla da criticare e non verranno a metter ogni cosa sossopra, come hanno fatto nel Foro, dove non ci si raccapezza più, dopo che vi sono passati colla loro scienza.
Pietro sorrise ed il suo interesse crebbe quando, fra scale rotte e ponti di legno gettati sulle buche, seguì la guida nelle rovine gigantesche del palazzo di Settimio Severo. Quel palazzo sorgeva all'estremità meridionale del Palatino, dominando la via Appia e tutta la campagna, fin nelle lontananze più remote. Ne restano solo i contrafforti, le sale sotterranee, poste sotto gli archi delle terrazze, con cui si era allargato lo spianato del monte, fattosi troppo angusto: ma quei contrafforti scoperchiati bastano a dar il concetto del palazzo trionfale che sostenevano, tanto sono rimasti enormi e poderosi nella loro massa indistruttibile.
Sorgeva colà il famoso septizonium, la torre di sette piani, che è sparita solo nel quattordicesimo secolo. Sussiste ancora una terrazza, sorretta da portici ciclopici, d'onde la vista è mirabile. Poi non si vede altro che un mucchio di forti mura smantellate, degli abissi boccheggianti tra vôlte in rovina, delle file di anditi interminabili e di sale immense, di cui non si comprende l'uso. Tutte queste rovine, tenute in perfetto ordine dalla nuova amministrazione, spazzate, liberate dall'invasione delle gramigne, hanno perduto l'aspetto romantico e selvaggio per assumere una maestà tetra e squallida. Ma dei fasci di vivo sole indoravano le mura antiche, penetrando dalle breccie nelle sale buie, animando del loro polverìo luminoso la mesta melanconia di quella spenta grandezza regale, dissepolta dalla terra in cui dormiva da secoli. Sulle vecchie mura rossiccie, fatte di mattoni affogati nel cemento, spogliate del fastoso rivestimento di marmo, il mantello di porpora del sole gettava di nuovo una gloria imperiale.
Pietro camminava quasi da un'ora e mezza e gli rimaneva ancora da visitare il mucchio dei palazzi anteriori, posti sulla cima stessa del poggio al nord ed all'est.
- Dobbiamo tornare indietro ora ? disse la guida. ? I giardini di villa Miles ed il convento di San Bonaventura ci chiudono il varco, come vedete. Non si potrà passare che quando gli scavi avranno liberata tutta questa parte... Oh! signor abate, se foste venuto sul Palatino soltanto cinquant'anni fa! Ho veduto dei piani di quel tempo. Non erano che viti, orticelli, divisi da siepi, una vera campagna, un vero deserto, dove non si incontrava anima viva... E dire che tutti quei palazzi vi dormivano sotto!
Pietro lo seguiva: ripassarono davanti alla casa d'Augusto, risalirono e sboccarono davanti all'immensa casa dei Flavi, ancora impegnata per metà sotto la villa vicina e composta di un gran numero di sale, grandi e piccole, sulla cui destinazione si discute ancora. La sala del trono, la sala di giustizia, la sala dei conviti, il peristilio, sembrano fissati. Ma, pel resto, le ipotesi sono ancora fantastiche, specie pei camerini degli appartamenti privati. E, d'altronde, non si vede nessun muro intero, ma solo delle fondamenta a fior di terra, dei basamenti tronchi, che segnano il piano dell'edifizio sul suolo.
La sola rovina conservata come per miracolo è la casa che si attribuisce a Livia, piccina piccina a fianco dei vasti palazzi attigui, una casa che ha tre sale intatte, con le loro pitture murali, scene mitologiche, fiori e frutta, di una freschezza di tinta singolare.
Inquanto alla casa di Tiberio non ne appare più nemmeno una pietra, poichè gli avanzi sono nascosti sotto il delizioso giardino pubblico che continua, sul poggio, gli antichi giardini Farnese; e della casa di Caligola, lì accanto, al disopra del Foro, come di quella di Settimio Severo, non esistono che delle enormi costruzioni, dei contrafforti, dei piani sovrapposti, dei portici altissimi, che sostenevano il palazzo, una specie di ammezzato immenso, dove i servi e le guardie vivevano, rimpinzati in continue gozzoviglie.
Tutta quell'alta vetta, dominante la città, non offriva quindi che dei ruderi appena riconoscibili, vasti terreni squallidi e nudi, scavati dalla vanga, irti di avanzi di vecchie mura; e ci voleva lo sforzo di una immaginazione erudita per ricostituire l'antico splendore imperiale che sfolgorava colà.
Ciò nonostante, la guida continuava le sue spiegazioni con convinzione tranquilla, additando il vuoto come se i monumenti le stessero ancora in piedi davanti.
- Qui siamo sulla piazza Palatina. Come vedete, la facciata del palazzo Domiziano è a sinistra, la facciata del palazzo di Caligola è a destra, e voltandovi, avete rimpetto il tempio di Giove Statore. La Via Sacra saliva fino a questa piazza passando sotto la porta Mugonia, una delle tre antiche porte della Roma primitiva.
S'interruppe, indicando con un gesto la parte nord-ovest del monte.
- Avete osservato che i Cesari non hanno fabbricato da quella parte? E' evidente che hanno dovuto rispettare dei monumenti antichissimi, anteriori alla fondazione della città e molto venerati dal popolo. Sorgevano là il tempio della Vittoria, edificato da Evandro ed i suoi arcadi, l'antro lupercale che v'ho mostrato, l'umile capanna di Romolo, fatta di giunchi e di terra... Si sono ritrovate tutte queste cose, signor abate ? e checchè ne dicano i tedeschi, sono autentiche.
Ma, ad un tratto, diede un'esclamazione come un uomo che scorda il più interessante.
- Ah! per ultimo, vedremo l'andito sotterraneo in cui Caligola è stato assassinato.
E scesero in una lunga galleria coperta, dove il sole getta oggi, dalle breccie, l'allegria dei suoi raggi.
Vi si vedono ancora delle decorazioni di stucco e degli avanzi di mosaico. Con tutto ciò, il luogo è tetro e deserto, e si adatta all'orrore tragico del caso. La voce dell'antico soldato si era fatta cupa: raccontò come Caligola, che tornava dall'aver presenziato i giuochi palatini, avesse avuto il capriccio di scendere solo in quell'andito per assistere a certe danze sacre di cui alcuni giovani asiatici facevano la prova in quel giorno. E fu così che nell'ombra il capo dei congiurati, Ceréa, potè colpirlo pel primo al ventre. L'imperatore tentò di fuggire, urlando.
Ma allora gli assassini, le sue creature, i suoi amici più diletti gli furono sopra tutti quanti, atterrandolo e tempestandolo di colpi; mentre lui, pazzo di furore e di spavento, faceva echeggiare l'andito sordo e cieco del suo ruggito di bestia sgozzata. Quando fu morto, il silenzio vi si diffuse di nuovo e gli assassini, atterriti, presero la fuga.
La visita classica delle rovine del Palatino era finita. Pietro, uscito dall'andito, non aveva più che un desiderio: liberarsi della guida, restar solo nel giardino così romito, così propizio ai sogni, che occupava la cima del monte, dominante Roma. Da quasi tre ore girava con nelle orecchie il ronzìo di quella voce grossa e monotona, che non gli faceva grazia di un sasso.
Il buon galantuomo riparlava ora del suo affetto per la Francia, raccontando prolissamente la battaglia di Magenta. Prese con un sorriso cordiale la moneta d'argento che il prete gli diede, poi cominciò a narrare della battaglia di Solferino, e la cosa minacciava di non aver fine, quando fortuna volle che giungesse una signora che desiderava un'informazione.
Subito, la guida l'accompagnò.
- Buona sera, signor abate. Potete scendere dal palazzo di Caligola. E, sapete? una scala segreta, scavata nel suolo, conduceva da questo palazzo alla casa delle Vestali, in fondo, sul Foro. Non la si è ancora ritrovata, ma ci deve essere.
Ah! che soave refrigerio fu per Pietro trovarsi finalmente solo e riposare un po' sopra uno dei sedili di marmo del giardino! Non v'erano che poche macchie di bosso, dei cipressi, dei palmizii: ma i bei roveri verdi sotto cui era posto il sedile, davano un'ombra fitta, di cui la frescura era deliziosa.
Ed il fascino spirava anche dalla solitudine pensosa, dal silenzio pieno d'emozione, diffusi da quel vecchio suolo saturo di storia ? la storia la più celebre, nel suo splendore di orgoglio sovrumano.
Un tempo, i giardini Farnese trasmutavano quella parte del monte in un soggiorno dilettoso, ornato di boscaglie: i fabbricati della villa, molto guasti, esistono ancora e la grazia antica perdura colà, il soffio del Rinascimento passa ancora, come una carezza, tra le foglie lucenti delle vecchie quercie verdi.
L'anima del passato vi spira tuttavia, vi si vive tra il popolo leggero delle visioni, sotto gli aliti erranti delle innumerevoli generazioni, sopite fra le erbe.
Ma Roma disseminata tutt'intorno a quella cima augusta, attirava Pietro con tale invito che egli non potè restar seduto. Si alzò, si avvicinò alla ringhiera di una terrazza ed il Foro si svolse sotto di lui ed, in fondo, gli apparve il monte del Campidoglio.
Non era più che una baraonda di fabbricati grigi; senza maestà nè bellezza. Dominando il monte, non si vedeva che la facciata posteriore del palazzo del Senato, una facciata piatta, dalle finestre anguste, sopra cui sorgeva l'alto campanile quadrangolare. Quel muro nudo, color di ruggine, nascondeva la chiesa d'Aracoeli, la vetta dove risplendeva, una volta, nella maestà regale di una protezione sovrumana, il tempio di Giove Capitolino.
Poi, a sinistra, sul pendìo del Caprino, dove, nel medio evo, brucavano le capre, sorgevano in scaglioni delle case bruttissime, mentre i pochi begli alberi del palazzo Caffarelli, occupato dall'ambasciata di Germania, ammantavano di verde la china dell'antica Rupe Tarpea, quasi introvabile oggi, smarrita, perduta tra i contrafforti.
E quest'era il monte del Campidoglio, il più glorioso dei sette colli, con la sua rocca, col suo tempio, a cui era stato promesso l'impero del mondo, il San Pietro della Roma antica: quel monte scosceso dalla parte del Foro, a picco dal lato del Campo di Marte e formidabile di aspetto, quel monte che la folgore visitava, che il bosco dell'Asilo, con le sue quercie sacre, rendeva misterioso, per fiero arcano, nelle età più remote. I trionfatori vi salirono, gli imperatori vi divennero Iddii, ritti nelle loro statue di marmo. Ed oggi, gli occhi studiano con meraviglia, come tanta storia e tanta gloria abbiano potuto capire in uno spazio così minimo, quell'isolotto montuoso e confuso di tetti meschini, un nido di topi che non è più alto, nè più grande di una borgata, piantata fra due valli.
Poi il Foro che parte dal Campidoglio, allungandosi ai piedi del Palatino, fu un'altra sorpresa per Pietro ? una piazza angusta, strozzata fra le colline vicine, un bassofondo ove Roma, nell'accrescersi, aveva dovuto ammucchiare gli edifizii, soffocando, mancando di spazio.
S'era dovuto scavare molto in fondo per trovare il suolo venerabile della repubblica, sotto i quindici metri di alluvione portativi dai secoli, ed ora non si vede altro che una lunga fossa scialba, tenuta con molta pulizia, senza edere nè spini, dove appaiono, come avanzi di ossami, i frammenti del selciato, le basi delle colonne, i ruderi delle fondamenta.
In terra, la basilica Giulia, ricostruita per intero, non è che la proiezione di un piano d'architetto.
Soltanto l'arco di Settimio Severo ha serbato la sua forma intatta, mentre le poche colonne che restano del tempio di Vespasiano, isolate, e in piedi per miracolo in mezzo alle macerie, hanno assunto un'eleganza altera, un'audacia suprema d'equilibrio, rizzandosi sottili e dorate sul cielo azzurro. Anche la colonna di Foca è là, in piedi, ed accanto si vede quella parte dei rostri che è stata ricostituita, coi frammenti trovati nei dintorni. Ma bisogna andar più in là delle tre colonne del tempio di Castore e Polluce, più in là delle vestigia della casa delle Vestali, più in là del tempio di Faustina, dove la chiesa cristiana di San Lorenzo si è insediata così baldanzosamente, più in là ancora del tempio rotondo di Romolo, per provare la straordinaria sensazione di grandezza immane che dà la basilica di Costantino con le sue tre colossali vôlte spalancate.
Visti dal Palatino si direbbero dei portici aperti per tutto un mondo, di un tale spessore di muratura, che un frammento, caduto da una delle arcate sembra un blocco staccatosi da una montagna. E là, in quel fôro illustre, si era svolta per vari secoli la storia del più grande dei popoli, dalla leggenda delle Sabine riconcilianti i Romani e i Sabini fino alla proclamazione delle libertà pubbliche, lentamente conquistate dai plebei sui patrizi. Non era esso in pari tempo il mercato, la borsa, il tribunale, la sala delle assemblee pubbliche, piantato all'aria aperta? I Gracchi vi avevano difeso la causa degli umili, Silla vi aveva fatto affiggere le liste di proscrizione. Cicerone vi aveva fatto udire la sua voce e la sua testa sanguinante vi fu appiccata. Gli imperatori ne offuscarono dipoi l'antico splendore, i secoli seppellirono sotto la loro polvere i monumenti e i templi, a tal punto che il Medio Evo non seppe farne che un mercato di buoi.
Ora per quei luoghi si ha maggior rispetto, un rispetto che viola le tombe, una febbre di curiosità e di scienza che s'irrita nelle ipotesi, sviata da questo suolo storico su cui le generazioni si soprappongono, divisa fra le quindici o venti ricostituzioni che si sono fatte del Foro, tutte egualmente plausibili. Per un semplice visitatore, che non abbia riletto da poco la storia romana, i dettagli spariscono; non resta, in quel terreno scavato dappertutto, che un cimitero pieno di pietre antiche esumate d'onde spira la grande malinconia dei popoli morti.
Di punto in punto Pietro vedeva la via Sacra che ricompariva, girando, scendendo, poi risalendo col suo lastricato consumato dalle ruote dei carri; e sognava il trionfo, l'ascesa del trionfatore che il suo carro doveva scuotere duramente su quel rude terreno di gloria.
Ma verso sud-est l'orizzonte s'allargava ancora ed al di là degli archi di Tito e di Costantino appariva la grande massa del Colosseo. Ah! quel colosso che i secoli non hanno potuto intaccare che in parte, resta nella sua enormità, nella sua maestà come un merletto di pietra con le sue centinaia di vani vuoti, aperti sull'azzurro del cielo! Un mondo di vestiboli, di scale, di pianerottoli, di corridoi, un mondo dove ci si perde in una solitudine ed in un silenzio di morte; e nell'interno i gradini logorati dal tempo sembrano gli informi scaglioni di un antico cratere spento, una specie di circo naturale, tagliato dalla forza degli elementi in piena roccia indistruttibile. Soltanto i raggi del sole per mille ottocento anni hanno riarso e colorito questa rovina, che è tornata allo stato naturale, brulla e indorata come il fianco di un monte, dopo che è stato spogliato da tutta la vegetazione, da tutta la flora che ne faceva un angolo di foresta vergine.
Ed ora quale evocazione quando su quel carcame l'imaginazione rimette la carne, il sangue e la vita, riempie il circo dei novantamila spettatori che poteva contenere, svolge i ludi e i combattimenti dell'arena, vi raccoglie una civiltà intera, dall'imperatore colla sua Corte, fino al mare della plebe, nell'agitazione e il chiasso di tutto un popolo acceso di passione, sotto il riflesso rossastro del gigantesco velario purpureo! E più in là, sull'orizzonte, un'altra rovina ciclopica, le Terme di Caracalla, anch'esse lasciate come il vestigio di una razza di giganti scomparsa dalla terra, ci mostra delle sale, d'una ampiezza, d'un'altezza stravagante ed inesplicabile; due vestiboli tali da ricevere la popolazione di una città; un frigidario la cui piscina poteva contenere cinquecento bagnanti per volta; un tepidario e un calidario di eguali dimensioni, sorti dalla follia dell'enorme; e la massa spaventevole del monumento, lo spessore dei macigni è tale che nessuna fortezza ne ha avuto di simili, ed è tale quella immensità che i visitatori che vi passano sembrano formiche smarrite, ed è così straordinario lo sciupìo di cementi e di mattoni che ciascuno si domanda per quale razza d'uomini, per quale folla venisse costruito questo colossale edificio!
Si direbbe che dei macigni logori, dei materiali caduti da qualche sommità sono raccolti colà per costruire una dimora di Titani.
Pietro era invaghito di quel passato smisurato fra cui si trovava.
Da tutti i lati, dai quattro punti del vasto orizzonte, la storia risuscitava ed assurgeva verso di lui, in una marea invadente. Al nord ed all'ovest quei piani azzurri, che si stendevano all'infinito, era l'antica Etruria; all'est le montagne della Sabina profilavano sul cielo le loro creste dentellate; mentre verso il sud, i monti Albani ed il Lazio si svolgevano sotto la pioggia del sole; ed appariva anche l'antica Albalunga col monte Cavo, coronato di quercie ed il suo convento che ha preso il posto del vecchio tempio di Giove.
Poi, ai suoi piedi, al di là del Foro, al di là del Campidoglio, Roma stessa si stendeva, con rimpetto l'Esquilino, a destra l'Aventino ed il Celio e gli altri che non poteva vedere, il Quirinale, il Viminale, a sinistra. Dietro, sulle rive del Tevere, sorgeva il Gianicolo. E la città intera assumeva una voce, gli diceva la sua defunta grandezza.
Allora, egli fece un'invocazione involontaria, una risurrezione vitale.
Quel Palatino che aveva appunto visitato, quel Palatino grigiastro e tetro, raso come una città maledetta, sparso di poche mura cadenti, si rianimò ad un tratto, popolandosi, risorgendo coi suoi palazzi ed i suoi templi.
Era la culla stessa di Roma; Romolo aveva fondata la sua città su quella vetta, che dominava il Tevere, mentre, rimpetto, i Sabini, occupavano il Campidoglio. I sette re dei due secoli e mezzo di monarchia lo avevano abitato in piena sicurezza, chiusi tra le altissime e salde mura in cui non s'aprivano che tre porte.
Si svolgevano poi i cinque secoli di repubblica, i più illustri, i più gloriosi, quelli che avevano sottomesso la penisola italica, poi il mondo intero, al dominio romano.
Durante quegli anni vittoriosi di lotte sociali e guerriere, Roma, accresciuta, aveva popolato i sette colli, ed il Palatino ne era rimasto la culla venerabile, coi suoi templi leggendarii, invaso anch'esso però, a poco a poco, dalle case private. Ma Cesare, incarnando l'onnipotenza della razza, trionfava, dopo le Gallie e Farsala, in nome di tutto il popolo romano, dittatore, imperatore, avendo compiuta l'impresa gigantesca di cui i cinque nuovi secoli d'impero dovevano fruire fastosamente nella sbrigliata licenza di tutti gli appetiti. Ed i tempi erano maturi pel potere di Augusto, la gloria era al suo colmo, i miliardi aspettavano i ladri in fondo alle provincie, il fasto imperiale si iniziava nella capitale del mondo, al cospetto delle nazioni lontane, abbagliate e vinte.
Augusto era nato sul Palatino, e quando ebbe conquistato l'impero colla battaglia d'Azio, il suo orgoglio fu di regnare dalla vetta di quel monte Sacro, venerato dal popolo. Vi comperò delle case private, vi eresse il suo palazzo, con uno splendore di lusso ignoto fino allora; un atrio, sorretto da quattro pilastri ed otto colonne; un peristilio circondato da cinquantasei colonne; intorno a questo gli appartamenti privati tutti di marmo, una profusione di marmi venuti, con grande dispendio, dall'estero, marmi dai colori i più vivi risplendenti come pietre preziose.
Ed egli era andato ad alloggiare cogli Dei, si era fabbricato accanto il gran tempio di Apollo ed un tempio di Vesta, per assicurarsi l'impero divino, sempiterno. Così la semenza dei palazzi imperiali era gettata, e, da allora in poi, questi dovevano crescere e pullulare e coprire il Palatino tutto intero.
Ah! quell'onnipotenza d'Augusto, quei quarantaquattro anni di potere totale, assoluto, sovrumano, del quale nessun despota ha conosciuto il consimile, nemmeno nella follìa del sogno!
Egli si era fatto dare tutti i titoli, aveva raccolto in sè tutte le magistrature.
Imperatore e console, comandava le armate, esercitava il potere esecutivo; proconsole, aveva la supremazia nelle province; censore perpetuo e prence regnava sul Senato; tribuno, era il signore del popolo.
E si era fatto proclamare Augusto, un essere sacro, un Nume tra gli uomini, con templi e sacerdoti proprii, adorato in vita come una divinità di passaggio sulla terra. E, finalmente, aveva voluto essere Pontefice massimo, associando il potere religioso al civile, ed assurgendo così, con un tratto di genio, alla suprema altezza di comando a cui un uomo possa giungere.
Il gran Pontefice, non dovendo abitare una casa privata, aveva dichiarato la sua casa proprietà dello Stato; nè potendo allontanarsi dal tempio di Vesta, aveva fatto collocare il tempio di quella Dea in casa sua, lasciando alle Vestali, appiè del Palatino, la custodia dell'antico altare.
Nulla gli costava, perchè sentiva che l'impero umano, la presa di possesso degli uomini e del mondo stava in questo appunto: nel duplice potere concentrato in una persona sola, che fosse, ad un tempo, il re ed il prete, l'imperatore ed il papa.
Tutto il sangue di una forte razza, tutte le vittorie raccolte e tutte le dovizie ancora disperse, fiorirono in Augusto, in uno splendore unico, di cui l'eguale non doveva sfolgorare mai più. Egli fu veramente il signore della terra, col piede sul capo dei popoli conquistati e pacificati, in una gloria immortale d'arte e di letteratura.
Sembra che, in quel momento culminante, si sia appagata con lui l'antica e ingorda ambizione del suo popolo, i secoli di pazienti conquiste che ci erano occorsi per diventare il popolo re.
E' il sangue romano, il sangue di Augusto che rosseggia finalmente al sole, in porpora imperiale.
E' il sangue di Augusto, divino, trionfale, assoluto, sovrano dei corpi e delle anime, a cui mette capo la lunga eredità di sette secoli di orgoglio nazionale e da cui una posterità di orgoglio universale, sconfinato, perpetuo, scenderà attraverso i secoli.
Poichè, da allora in poi, è finito: il sangue di Augusto rinascerà e pulserà nelle vene di tutti i padroni di Roma, perseguitandoli col sogno, sempre risorgente della conquista del mondo.
Quel sogno si è avverato per un attimo: Augusto imperatore e pontefice, ha posseduto l'umanità, l'ha tenuta in sua mano, tutt'intera e senza restrizione, come cosa sua.
E più tardi, dopo la decadenza, quando il potere si è scisso, dividendosi di nuovo tra re e prete, i papi non hanno avuto per secoli bramosìa più ardente che quella di riconquistare l'autorità civile, l'impero assoluto, completo; a questo scopo solo hanno mirato, per secoli, nella loro politica, col cuore arso dall'atavismo dell'ambizione, dall'onda purpurea e bollente del sangue dell'antenato.
Poi, morto Augusto, ed il suo palazzo chiuso, e ridotto a tempio, Pietro vedeva uscire dal suolo il palazzo di Tiberio. Era in quel luogo stesso, sotto i suoi piedi, sotto quelle belle quercie verdi che lo proteggevano della loro ombra. Lo sognava solido e grande, con dei cortili, dei portici, delle sale splendide, nonostante l'umore tetro dell'imperatore, che visse lontano da Roma, in mezzo ad una turba di delatori e di viziosi, col cuore ed il cervello ammorbati dal potere in tal guisa da giungere al delitto, agli eccessi delle più inqualificabili demenze.
Poi, era la casa di Caligola che sorgeva, un ingrandimento della casa di Tiberio, con degli archi per allargarne le ali, un ponte gettato sul Foro, ponte che metteva capo al Campidoglio, dove il principe soleva recarsi a discorrere a suo bell'agio con Giove, di cui si diceva figlio; ed anche lui, reso feroce dal trono, era diventato un pazzo furioso scatenato nell'onnipotenza.
Poi, dopo Claudio, Nerone, esagerando ancora, non aveva trovato il Palatino abbastanza vasto, e, volendo un palazzo immenso, aveva preso possesso dei magnifici giardini che salivano fino alla vetta dell'Esquilino, per erigervi la sua Casa d'oro, un sogno dell'immane nello sfarzoso, che egli non potè condurre a termine, e di cui le rovine sparvero in breve, durante i torbidi che segnarono la vita e la morte di quel mostro, delirante di orgoglio.
Poi, in diciotto mesi, Galga, Ottone, Vitelio cadono l'uno sull'altro nel fango e nel sangue, resi mostruosi ed imbecilli anche essi dalla porpora, dopo essersi rimpinzati alla mangiatoia imperiale, come bestie immonde: e vengono i Flavii, sulle prime una tregua nel senno e nella bontà umana, Vespasiano, Tito che non edificarono quasi nulla sul Palatino, poi Domiziano con cui ricomincia, sotto il regime del terrore e della delazione, la follia della onnipotenza, con atrocità assurde, delitti, orgie contro natura, edifizi di una varietà folle, di cui il fasto gareggia con quello dei tempii innalzati agli Dei ? tale quella casa di Domiziano che un vicolo solo divideva da quella di Tiberio, e che sorgeva colossale, un palazzo di apoteosi, con la sua sala d'udienza dal trono d'oro, circondato da sedici colonne di marmo grigio, tra cui figuravano, in alte nicchie, delle statue mirabili, con la sua immensa sala dei conviti, il suo peristilio, i suoi appartamenti, dove splendevano i graniti, i porfidi, gli alabastri, lavorati dagli artisti più famosi e profusi per abbagliare la gente.
Poi, infine, dopo più anni, un ultimo palazzo si aggiungeva all'enorme catasta degli altri, il palazzo di Settimio Severo, altro edifizio ispirato dall'orgoglio, con portici sorreggenti sale altissime, piani sorgenti su terrazze, torri sovrastanti ai tetti, tutt'una accozzaglia babilonese, piantata sulla vetta estrema del monte, rimpetto alla via Appia, perchè, a quanto si diceva, i compatriotti dell'imperatore, i provinciali venuti dall'Africa dove egli era nato, potessero, fin da lontano, meravigliarsi della sua ventura e adorarlo nella sua gloria.
E adesso Pietro li vedeva in piedi e sfolgoranti, Pietro li aveva rimpetto ed attorno a sè, tutti quei palazzi evocati, risuscitati in pieno sole.
Erano come saldati gli uni agli altri, taluni appena divisi da anguste gallerie.
Nel desiderio di non perdere un palmo di terreno, su quella vetta sacra, erano sorti in una fitta compagine, come una fioritura mostruosa della forza, della potenza e dell'orgoglio senza freno, che si appagano profondendo milioni, svenando il mondo per la voluttà di un essere solo; ed, invero, non si vedeva colà che un palazzo solo, sempre ingrandito, man mano che l'imperatore defunto entrava a far parte degli Dei, ed il nuovo imperatore, disertando la dimora consacrata, ridotta a tempio, dove forse l'ombra del morto gli metteva sgomento, sentiva l'imperioso bisogno di erigersi una casa propria, di scolpire nell'eternità del marmo, l'indistruttibile ricordo del suo regno. Tutti avevano avuto quella monomania di edificare, sembrava che facesse parte del terreno, del trono che occupavano, poichè rinasceva in ognuno di essi, con intensità sempre maggiore, struggendoli in una febbre di gara, incitandoli a vincersi l'un l'altro con mura più grosse e più alte, con cataste più straordinarie di marmi, di colonne, di statue.
Ed in tutti era eguale il pensiero di una immortalità gloriosa, la smania di lasciare alle generazioni attonite un attestato della loro grandezza, di perpetuarsi in opere meravigliose, che non dovevano mai perire, di gravare perennemente sulla terra col peso di quei colossi, quando il vento avesse disperso le loro ceneri leggere.
E, così, il poggio del Palatino era diventata la base venerabile di un monumento prodigioso, una fitta vegetazione di edifizi sovrapposti, accatastati, dove ogni nuova ala era come una eruzione della febbre d'orgoglio e di cui la piramide, collo splendore di neve dei marmi bianchi, con le tinte calde dei marmi colorati, aveva finito col mettere, come corona, a Roma ed alla terra intiera quella magione regale, palazzo, tempio, basilica o cattedrale, la più straordinaria e la più insolente che si sia mai rizzata sotto il cielo.
Ma in quell'eccesso di forza e di gloria stava la morte. Sette secoli e mezzo di monarchia e di repubblica avevano fatto la grandezza di Roma, ed in cinque secoli d'impero il popolo re doveva essere divorato fino all'ultimo muscolo.
Era, a poco a poco, l'immenso territorio, le provincie più remote, saccheggiate, esaurite: era il fisco che inghiottiva tutto, scavando l'abisso dell'ineluttabile fallimento, ed era anche il popolo imbastardito, nudrito dal veleno degli spettacoli, piombato nell'infingardaggine viziosa dei Cesari, mentre dei mercenari si battevano e lavoravano i campi.
Da Costantino in poi, Roma ha una rivale, Bisanzio, e lo smembramento si effettua con Onorio, e dodici imperatori bastano allora per compiere l'opera di decomposizione, fino a Romolo Augustolo l'ultimo di tutti, l'esile sciagurato, di cui il nome suona come lo scherno di tutta la gloriosa storia, un doppio schiaffo al fondatore di Roma ed al fondatore dell'Impero.
Sul Palatino deserto, i palazzi, il colossale ammasso di mura, di piani, di terrazze, di alti tetti, trionfava sempre.
Però s'erano già strappati dei fregi, tolte delle statue, per portarle a Bisanzio.
L'Impero, diventato cristiano, chiuse poi i templi, estinse il fuoco di Vesta, rispettando ancora l'antico Palladio però, la statua d'oro della Vittoria, simbolo della Roma eterna, che veniva religiosamente custodita nella camera stessa dell'imperatore.
Fino al quarto secolo essa serbò il proprio culto.
Ma, nel quinto, i Barbari irrompono, saccheggiano Roma, la bruciano, portando via, a carri, le spoglie lasciate dal fuoco.
Fino che la città era rimasta sottoposta a Bisanzio, vi abitava un sopraintendente dei palazzi imperiali, a custodia del Palatino. Poi, tutto si sommerge, si spegne nella notte del Medio Evo.
A quanto pare, peraltro, i papi si sono, fin d'allora, lentamente insinuati al posto dei Cesari, facendosi loro successori nelle derelitte magioni di marmo e nella loro sempre vigile volontà di dominio.
E' certo che hanno abitato il palazzo di Settimio Severo, tenuto un concilio nel Septizonium, eretto più tardi, e che Gelasio secondo venne eletto in un monastero vicino, su quel monte d'apoteosi.
Era Augusto redivivo, che, sorgendo dal sepolcro e fatto di nuovo signore del mondo col suo Sacro Collegio, stava per risuscitare il Senato romano.
Nel dodicesimo secolo il Septizonium apparteneva ai monaci Camaldolesi, che lo cedettero alla potente famiglia dei Frangipani, i quali lo fortificarono, come avevano fatto già pel Colosseo e per gli archi di Costantino e di Tito, una immensa fortezza che comprendeva quasi tutto il monte venerando, culla della città.
E le violenze delle guerre civili e le rovine delle invasioni passarono come nembi, atterrando le mura, spazzando torri e palazzi.
Più tardi seguirono generazioni che invasero le rovine e vi si stabilirono per diritto di scoperta e di conquista, facendone delle cantine, dei depositi di foraggi, delle stalle pei muli.
Sulle frane di terra che ricoprivano i mosaici delle sale imperiali piantarono orti, coltivarono viti.
Da ogni lato crescevano rovi ed ortiche, invadendo i campi deserti, e l'edera rodeva i portici abbattuti. Poi venne un giorno in cui il gigantesco mucchio di palazzi e di tempii, la dimora trionfale dei Cesari, che il marmo doveva rendere eterna, parve annichilita sotto la polvere del suolo e scomparsa sotto la massa di terra e di vegetazione che l'impassibile natura aveva diffuso sovr'essa. Sotto l'ardente solleone, tra i fiori selvaggi, non vi erano ormai che mosconi ronzanti e gruppi di capre vaganti in libertà, attraverso alla sala del trono di Domiziano ed al distrutto santuario d'Apollo.
Pietro sentì un gran brivido nelle ossa. Tanta forza, tanto orgoglio, tanta grandezza! Ed una rovina così rapida, un mondo intero disperso così, per sempre!
Qual nuovo soffio, barbaro e vendicativo, era mai spirato su quella splendida civiltà per spegnerla così, ed in che notte riparatrice, in quale ignoranza di fanciullo selvaggio, aveva dovuto piombare quel mondo, per annichilirsi in un attimo, col suo fasto ed i suoi capolavori! Si chiedeva come mai dei palazzi interi, ancor popolati di sculture mirabili, di colonne e di statue, avessero potuto interrarsi, a poco a poco, seppellirsi, senza che alcuno pensasse a proteggerli.
Quei capolavori che, più tardi, dovevano venir dissepolti fra la ammirazione universale, non era una catastrofe che li aveva inghiottiti, s'erano sommersi, presi al piede, poi alla vita, poi al collo, fino al giorno in cui anche il capo era sparito sotto la marea crescente: e come spiegarsi che intere generazioni avessero assistito, noncuranti, a quello spettacolo, senza pensare a stendere la mano?
Sembra che un sipario nero sia improvvisamente calato sul mondo, ed è un'altra umanità che sorge alla vita, con un cervello vergine che convien rimpastare ed istruire.
Roma s'era vuotata, non si riparava più quello che il ferro ed il fuoco avevano intaccato: un'incuria inqualificabile lasciava crollare gli edifizi troppo vasti, diventati inutili, tacendo che la nuova religione perseguitava l'antica, rubandole i templi, atterrando i suoi Dei.
Certo, il disastro venne compìto dalle ghiaie, perchè il suolo saliva sempre, le alluvioni del giovine mondo cristiano ricoprivano e livellavano l'antica società pagana.
E dopo il furto dei templi, il furto dei tetti di bronzo, delle colonne di marmo, venne il colmo, il furto delle pietre strappate al Colosseo ed al teatro di Marcello, le statue ed i bassorilievi spaccati col martello, buttati nei forni, per fabbricare la calce dei nuovi monumenti eretti dalla Roma cattolica.
Era quasi il tocco, e Pietro si svegliò come da un sogno.
Il sole filtrava in pioggia d'oro tra le lucide foglie dei roveri, e Roma le si era assopita ai piedi, nella grande caldura.
Ed egli si decise a lasciare il giardino, incespicando col piede incerto sul selciato ineguale della via della Vittoria, colla mente ancora confusa da visioni abbaglianti.
Perchè la giornata fosse completa, s'era promesso di andare a vedere, nel pomeriggio, l'antica via Appia.
Non volle tornare in via Giulia: fece colazione in una osteria suburbana, uno stanzone mezzo scuro, dove, affatto solo, tra il ronzìo delle mosche, indugiò più di due ore, aspettando il tramonto.
Ah! quella via Appia, quell'antica regina delle vie, che forava la campagna colla sua lunga linea retta, con la doppia fila delle sue tombe orgogliose, non fu per lui che il trionfale prolungamento del Palatino!
Vi si ritrovava la stessa volontà di splendore e di dominio, lo stesso bisogno di perpetuare sotto il sole, nel marmo, il ricordo della grandezza romana.
L'oblio era vinto, i morti non si rassegnavano al riposo, rimanendo ritti tra i viventi, in eterno, sui due margini di quella via, in cui passavano le folle del mondo intero; e le imagini divinizzate di coloro che non erano più altro che polvere, guardano ancora oggi i viandanti coi loro occhi vuoti, e le iscrizioni parlano ancora, dicendo ad alta voce i nomi e i titoli.
Dalla tomba di Cecilia Metella a quella di Casal Rotondo, su sei chilometri di via piana e retta, la doppia fila era ininterrotta una volta, formando una specie di lungo cimitero, dove i ricchi ed i possenti gareggiavano di vanità, ognuno di essi volendo lasciare il mausoleo più grande, fregiato con la prodigalità più fastosa: passione del sopravvivere, desiderio pomposo d'immortalità, bisogno di divinizzare la morte, alloggiandola in templi, di cui la magnificenza odierna del Campo Santo di Genova e del Campo Verano di Roma, con le loro tombe monumentali è come il lontano retaggio.
E che evocazione di tombe smisurate, a destra ed a sinistra del lastrico glorioso, che le legioni romane hanno calcato, tornando dalla conquista della terra! Quella tomba di Cecilia Metella, dai massi enormi, dalle mura di tale spessore che il Medio Evo ne aveva fatto il torrione merlato di una fortezza! Poi, tutte quelle che seguono: le costruzioni moderne, erette per rimettere al loro posto i frammenti di marmo, scoperti all'intorno, gli antichi blocchi di cemento e di mattoni, spogliati dalle loro sculture, rimasti in piedi come roccie a metà consunte, i blocchi scrostati che segnano ancora dei contorni di edicole a forma di templi, dei cippi, dei sarcofaghi!
Tutt'una meravigliosa successione di alti rilievi rappresentanti i ritratti dei morti, in gruppi di quattro o cinque: di statue in piedi, in cui i morti rivivevano in una specie di apoteosi, di sedili in nicchie dove i viandanti potevano riposare, benedicendo l'ospitalità dei morti, di epitaffi laudativi che celebravano i morti, i noti e gli ignoti, i bambini di Sesto Pompeo Giusto, Marco Servio Quarto, Ilario Fusco, Roburio Ermodoro tacendo delle sepolture attribuite arbitrariamente a qualche illustre, come quella di Seneca, quella degli Orazi e dei Curiazi.
E, finalmente, in fondo, la tomba più straordinaria, la più gigantesca, quella che viene indicata col nome di Casal Rotondo, così larga, che s'è potuta collocare una fattoria con una macchia d'ulivi, sui contrafforti che sorreggevano una doppia rotonda, fregiata di pilastri corinzi, di grandi candelabri e di maschere sceniche.
Pietro, che s'era fatto condurre in carrozza fino alla tomba di Cecilia Metella, continuò la passeggiata a piedi, muovendo lentamente fino a Casal Rotondo.
A tratti, l'antico selciato riappare, con grandi lastre piatte e pezzi di lava, sfondati dal tempo, che dànno forti scosse alle carrozze meglio sospese.
A destra ed a sinistra si allungano due liste d'erba ingiallita, ove sono distesi gli avanzi delle tombe di un cimitero, arso dai forti soli estivi, sparso di grossi cardi violacei e di alte piante di finocchio giallo.
Un muricciuolo di pietra secca chiude da ambo i lati quei margini rossastri pieni di cavallette ? e, al di là, immensa e nuda ? si stende all'infinito la Campagna Romana.
Solo tratto tratto appare un eucalipto, un olivo e qualche fico bianchi di polvere. A sinistra i resti dell'acqua Claudia spiccano sui prati con i loro archi colorati di rosso; poi qualche magro campo coltivato, qualche vigna con piccole fattorie si estendono fino ai monti della Sabina e ai monti Albani, sulla cui costa violacea le macchie chiare di Frascati, di Rocca di Papa e di Albano s'ingrandiscono man mano che vi si avvicina. A destra dalla parte del mare, la pianura si allarga e si prolunga in molli ondulazioni, senza una casa, senza un albero, d'una grandezza e di una semplicità straordinaria in una linea sola, regolare, un orizzonte d'Oceano che una striscia fosca divide dal cielo.
Nel colmo dell'estate tutto brucia, i prati sconfinati si infiammano assumendo la tinta rossiccia di un braciere ardente. Dal settembre in poi quel mare di erbe torna a verdeggiare e si perde in lontananza in una sfumatura che dal rosa e dal verdastro va fino all'azzurro vivo e che dai bei tramonti acquista iridescenze d'oro.
E Pietro, immerso nelle sue fantasticherie, s'avanzava a passo lento lungo l'interminabile via piana che dalla solitudine e dal silenzio deriva una malinconica maestà. In lui la risurrezione del Palatino ricominciava: i sepolcri ai due lati della via si riedificavano di nuovo, sfolgoreggianti nei loro bianchi marmi. Non era qui, ai piedi, di questo massiccio muro di mattoni, simile alla strana forma di un gran vaso, che si era trovata la testa di una statua colossale in mezzo ai frammenti di sfingi enormi? Egli rivedeva la statua colossale in piedi fra le enormi sfingi posanti.
Più là, nella piccola cella d'un sepolcro, s'era scoperta una bella statua di donna senza testa; egli la rivedeva intera col viso atteggiato a grazia ed a vigore sorridente alla vita. Da un lato all'altro le iscrizioni funerarie si completavano ed egli le leggeva correntemente e le interpretava subito rivivendo fraternamente con quei morti di duemila anni fa.
Anche la via si popolava, i carri passavano con forte rimbombo, gli eserciti sfilavano con passo grave, il popolo della vicina città li seguiva con l'agitazione febbrile delle grandi folle. Si era sotto i Flavi, sotto gli Antonini, negli anni più belli dell'impero, quando la via Appia aveva raggiunto il maggior fasto delle sue tombe gigantesche, scolpite e ornate come templi.
Che via monumentale della morte, che ingresso a Roma, quella strada, tutta in linea retta, dove i morti illustri vi accoglievano, vi introducevano tra i viventi, con la pompa straordinaria di un orgoglio che sopravviveva alle ceneri!
In mezzo a quel popolo sovrano e signore del mondo si stava per entrare, perchè egli avesse affidato così ai suoi morti la cura di dire allo straniero che presso di lui nulla aveva fine, nemmeno i morti, glorificati in eterno da monumenti smisurati?
Un basamento di cittadella, un circuito di venti metri di diametro, per coricarvi una donna!
E Pietro, voltandosi, scorse distintamente, in capo alla via altera, splendente, fiancheggiata dai marmi dei suoi palazzi funerei, il Palatino che sorgeva in distanza, coi marmi scintillanti del palazzo imperiale, l'enorme sovrapposizione di palazzi, di cui l'onnipotenza dominava la terra.
Ma ebbe un lieve sussulto ? due carabinieri, che non aveva veduto in quel deserto, apparvero tra le rovine. Il luogo non essendo sicuro, l'autorità veglia con discrezione sui viaggiatori, anche in pieno meriggio.
E, più in là, fece un altro incontro che lo commosse molto.
Era un sacerdote, un vecchio molto alto, in sottana nera a liste e cintura paonazze, in cui ravvisò con sorpresa il cardinale Boccanera.
Era uscito dalla strada e camminava lentamente sulla lista d'erba, tra i grandi finocchi ed i cardi: e, a testa bassa, fra gli avanzi di tombe che il suo piede rasentava, era così assorto nei suoi pensieri che non vide neppure il giovine prete.
Questi si voltò dall'altra parte, discretamente, colpito di vederlo solo, in luogo così remoto. Poi, comprese, scoprendo dietro un fabbricato un pesante carrozzone con due cavalli neri, presso cui un servitore in livrea scura aspettava immobile, mentre il cocchiere era rimasto a cassetta; e ricordò che i cardinali non potendo mostrarsi a piedi per Roma, erano costretti a recarsi in carrozza fuori di città per far un po' di moto.
Ma che tristezza allora, che maestà solitaria e quasi all'infuori dell'umanità in quel vecchio meditabondo, due volte principe, e presso Dio e presso gli uomini, costretto ad andarsene così nel deserto, attraverso alle tombe, per aspirare una boccata di fresca aria vespertina.
Pietro aveva indugiato per lunghe ore, il crepuscolo cadeva, ed egli vide un altro mirabile tramonto.
A sinistra, la campagna si faceva nebbiosa, perlacea, intersecata dai portici biondeggianti degli acquedotti, chiusa in lontananza dai Monti Albani, che sfumavano in un vapore roseo; mentre, a destra, verso il mare, l'astro declinava tra nuvolette leggère, un arcipelago d'oro, disseminato sopra un oceano di bragia morente.
E null'altro, sulla infinita linea piatta della campagna, null'altro che quel cielo di zaffiro a strie di rubino.
Null'altro, nè un poggio, nè un greggie, nè un albero.
Nulla, all'infuori della figura del cardinale Boccanera, che, ritta fra le tombe, spiccava, ingrandita, sull'ultima porpora del sole.
L'indomani, per tempo, Pietro, afferrato dalla smania di vedere ogni cosa, tornò alla via Appia per visitare le catacombe di S. Calisto.
E' il più vasto ed il più notevole dei cimiteri cristiani, quello in cui furono sepolti parecchi dei primi papi.
Si sale attraverso un giardino arso dal sole, tra ulivi e cipressi: si giunge ad una catapecchia di legno, in cui v'è una piccola bottega di oggetti sacri, e da quel punto una scala moderna, relativamente comoda, permette la discesa.
Ma Pietro fu contento di trovare dei trappisti francesi, che hanno l'incarico di custodire quelle catacombe e di mostrarle ai viaggiatori.
Per l'appunto, un frate si disponeva a scendere con due signore, due francesi, madre e figlia, l'una mirabile per freschezza giovanile, l'altra ancora molto bella.
E sorridevano entrambe, un po' sbigottite però, mentre egli accendeva le candelette lunghe e sottili.
Aveva una fronte gibbosa, una mascella forte e quadrata da credente caparbio, e negli occhi chiari si leggeva l'ingenuità infantile dell'anima sua.
- Ah! signor abate, giungete in buon punto... Se queste signore vi acconsentono, vi unirete a noi, poichè tre dei nostri fratelli sono già scesi con altra gente e dovreste aspettare a lungo. E' la stagione del gran concorso dei viaggiatori.
Quelle signore fecero un cenno cortese di assentimento ed il frate consegnò a Pietro delle sottili candelette.
Nè la madre, nè la figlia dovevano essere delle devote, poichè avevano gettato uno sguardo obliquo sulla sottana del nuovo compagno, facendosi improvvisamente serie.
Scesero e giunsero ad una specie di andito molto stretto.
- Badate, signore ? disse il frate, rischiarando il suolo colla sua candela ? bisogna camminare piano, perchè ci sono dei rialzi e dei pendii.
E cominciò la spiegazione, con voce stridula e una forza di convinzione straordinaria.
Pietro era sceso in silenzio, con la gola stretta da un nodo ed il cuore palpitante.
Ah! quelle catacombe dei primi cristiani, quegli asili della fede primitiva, quanto aveva sognato di loro, negli anni innocenti del Seminario! E, poco prima ancora, mentre scriveva il suo libro, quante volte vi aveva pensato, come al più antico e venerabile vestigio di quella comunanza degli umili e dei semplici, di cui egli predicava il ritorno! Ma aveva il cervello pieno delle pagine dei poeti e dei prosatori che hanno descritto le catacombe. Le vedeva attraverso quell'ingrandimento della fantasia, credendole vaste, simili a città sotterranee, con larghe corsie, con ampie sale, atte a contenere delle turbe. Ed in che gretta ed umile realtà era piombato invece!
- Ah, caspita! è così ? rispondeva il frate alle domande della madre e della figlia ? hanno poco più di un metro di larghezza, due persone non ci passano insieme. Come si sono scavate? Oh! è semplicissimo. Una famiglia, una corporazione funeraria apriva una sepoltura, poniamo. Ebbene, scavava una prima galleria, col piccone, in questo terreno che si chiama tufo granulare: una terra rossiccia, in pari tempo tenera e resistente, come vedete, facilissima a lavorarsi ed assolutamente impermeabile: insomma un terreno fatto apposta, che ha conservato le salme in modo meraviglioso!
S'interruppe, mostrando al fioco lume della candela, le caselle scavate da ambo i lati nelle pareti.
- Guardate, questi sono i loculi... Aprivano dunque una galleria sotterranea, in cui facevano, da tutte e due le parti, delle caselle sovrapposte, dove coricavano le salme, per lo più, semplicemente ravvolte in un sudario. Poi, chiudevano l'apertura con una lastra di marmo che saldavano col cemento... E così tutto si spiega, non è vero? Se altre famiglie si univano alla prima, se la corporazione si estendeva, prolungavano la galleria man mano che si popolava, ne aprivano delle altre a destra, a sinistra, in tutti i sensi; facevano persino un secondo piano, più profondo. Guardate! Siamo in una galleria che ha certo l'altezza di quattro metri. Naturalmente, ci si domanda, come potessero sollevare le salme a quell'altezza. Ma non le issavano, le calavano anzi, continuando a scavare il suolo, appena la fila delle caselle sottostanti era colma... Ed è così che qui, per esempio, hanno scavato, in meno di quattro secoli, sedici chilometri di galleria, ove devono essere sepolti più di un milione di cristiani. Ebbene, delle catacombe ve ne sono a dozzine, tutta la campagna di Roma è perforata in questo modo. Pensateci e fate il conto!
Pietro ascoltava, colpito.
Aveva visitato una volta una miniera di carbon fossile nel Belgio e ritrovava qui gli stessi anditi strozzati, la stessa afa opprimente, un abisso di tenebre e di silenzio. Soltanto le candelette punteggiavano di stelle l'ombra fitta, senza illuminarla.
Ed egli comprendeva finalmente quell'opera di formiche funerarie, quelle topaie, aperte a caso, prolungate secondo i bisogni, senza arte alcuna, senza metodo, senza simmetria, a seconda del capriccio del piccone.
Il terreno ineguale saliva e scendeva, ad ogni passo, le pareti se ne andavano di sbieco, non si doveva aver mai impiegato nè filo a piombo, nè squadra. Quella non era che un'opera di necessità e di carità, compita da ingenui becchini che si prestavano per cortesia, da operai illetterati, che la decadenza aveva già resi inetti e maldestri, cosa che era specialmente sensibile nelle iscrizioni e negli emblemi, incisi sulle lastre di marmo, incisioni che sembrano i disegni puerili che i monelli delle piazze scarabocchiano sulle mura.
- Vedete ? continuava il trappista ? per lo più non c'è che un nome: ed alle volte neppur tanto, e solo le parole in pace... In altri luoghi, v'ha un emblema, la colomba della purezza, la palma del martirio, oppure il pesce, di cui il nome greco è formato da cinque lettere che sono le iniziali di queste cinque parole greche: Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore degli uomini.
Accostava di nuovo le fiammelle al muro e si poteva discernere la palma, una sola riga centrale, irta di alcune altre lineette, la colomba od il pesce, formati da un contorno, con uno zig-zag per figurare la coda ed un punto per figurare l'occhio.
Le lettere delle brevi iscrizioni se ne andavano in sghembo, ineguali, sformate, in una scrittura grossa da ignoranti e da semplici.
Frattanto erano giunti ad una cripta, una specie di saletta, dove si erano ritrovate le tombe di parecchi papi, fra cui papa Sisto secondo, un santo martire, in onore di cui si vedeva una iscrizione metrica stupenda, posta da papa Damaso. Poi, in un'altra sala vicina, del pari angusta, un sepolcro di famiglia, fregiato più tardi di ingenue pitture murali, mostrava il posto in cui si era scoperto il corpo di Santa Cecilia. E la spiegazione continuava, il frate commentando le pitture e facendone risultare, con ardente convinzione, l'irrecusabile conferma di tutti i sacramenti e di tutti i dogmi; il battesimo, l'eucarestia, la risurrezione, Lazzaro che esce dalla tomba, Gionata rigettato dalla balena, Daniele nella fossa dei leoni, Mosè che fa scaturire l'acqua dalla rupe, il Cristo senza barba dei tempi primitivi, che fa dei miracoli.
- Vedete bene ? ripeteva ? tutto è qui: niente è stato predisposto e nulla è più autentico.
Ad una domanda di Pietro, di cui la meraviglia cresceva, egli convenne che le catacombe non erano dapprima che dei cimiteri e che non vi si celebrava nessun rito religioso. Soltanto più tardi, nel quarto secolo, vi onorarono i martiri e si fece uso delle cripte pel culto.
Così pure esse non divennero un luogo di rifugio durante le persecuzioni, che quando i cristiani dovettero dissimularne gli ingressi. Fino allora erano rimaste liberamente e legalmente aperte.
E questa ne era la storia autentica; erano cimiteri di quattro secoli, diventati luoghi d'asilo e devastati durante i torbidi, onorati poi fino all'ottavo secolo, indi spogliati delle loro sante reliquie, ed infine caduti nell'oblio, ostruiti dalla terra, sepolti per più di settecento anni, in tale incuria, che i primi lavori di scoperta, al quindicesimo secolo, li rimisero alla luce come una cosa straordinaria, un vero problema storico di cui non s'è scoperta l'ultima parola che ai nostri giorni.
- Abbiate la bontà di chinarvi, signore ? riprese con compiacenza il frate. ? Vedete, in quella nicchia c'è un cadavere che non è mai stato toccato. E' là da milleseicento a millesettecento anni, e mercè sua, potete giudicare del modo con cui si disponevano le salme. Gli eruditi dicono che è una donna, probabilmente una fanciulla. Lo scheletro era intero anche l'anno scorso. Ma, come vedete, il cranio è sfondato. Un americano l'ha sfondato con un colpo di mazza per assicurarsi che la testa non era falsa.
Le signore si erano chinate e nella fioca luce oscillante, il loro viso pallido rivelò una pietà mista di ribrezzo.
La figlia, in ispecie, così esuberante di vita, con la bocca rossa ed i grandi occhi neri, apparve per un momento impietosita ed afflitta. Poi, tutto ricadde nell'ombra, la guida rialzò le candelette che continuarono a sfavillare lungo le gallerie, nelle dense tenebre.
La visita si protrasse per un'altra ora, il frate non facendo grazia di un solo particolare, prediligendo certi angoli, spinto da vivo fervore come se avesse lavorato alla salute eterna dei forestieri.
E Pietro lo seguiva sempre, mentre una profonda trasformazione aveva luogo in lui.
A poco a poco, più vedeva e comprendeva quel luogo, il suo stupore nel trovare la realtà così diversa dagli abbellimenti dei narratori e dei poeti, la sua delusione nel vedersi fra quelle topaie, così meschinamente e grossolanamente scavate nella terra rossiccia, si cambiavano in un'emozione fraterna, un intenerimento che gli facevano tremare il cuore.
E non era il pensiero dei millecinquecento martiri di cui le sacre ossa riposavano colà, che lo commoveva. Era l'idea di quell'umanità dolce, rassegnata e cullata da dolci speranze della morte!
Pei cristiani, quelle gallerie basse e scure non erano che un luogo temporaneo di sonno.
Non ardevano le salme, come i pagani, perchè avevano preso dagli ebrei la fede nella risurrezione della carne; ed era quella letificante idea del sonno, di un dolce riposo dopo una vita giusta, in attesa delle ricompense celestiali, che diffondeva un senso di pace, un incanto infinito, nella fosca necropoli sotterranea.
Ogni cosa vi parlava di notte nera e silenziosa: ogni cosa vi dormiva, in un'immobilità beata, ogni cosa vi pazientava fino all'ora del lontano risveglio.
Oh! dove trovare cosa più commovente di quelle lastre di terra cotta o di marmo, che non recavano neppure un nome, nessun'altra scritta che le parole: In pace! Oh! essere in pace finalmente, dormire in pace, sperare in pace il cielo futuro, dopo compiuta la prova.
E quella pace pareva tanto più deliziosa, inquantochè era gustata in profonda umiltà.
Certo, i becchini scavavano a caso, con irregolarità da operai inetti, gli artisti non sapevano neppur più incidere un nome, scolpire una palma ed una colomba. Ogni arte era sparita.
Ma che voce di umanità dolce e giovanile usciva da quella povertà e da quell'ignoranza!
I poveri, i piccoli, i semplici, il popolo pullulante, dormiva sotterra, mentre, lassù, il sole continuava la sua opera; una carità, una fraternità, regnavano nella morte: spesso lo sposo e la sposa giacevano allato, col bambino ai piedi; l'onda traboccante degli ignoti sommergeva il dignitario, il vescovo, il martire: la più commovente delle eguaglianze quella della modestia, spirava in fondo a tutta quella polvere, da quelle nicchie tutte eguali, da quelle lastre senza fregi, la stessa ingenuità la stessa discrezione confondevano le file senza fine di quelle teste addormentate.
Le iscrizioni si permettevano appena qualche lode, e come prudente, come delicata! Gli uomini erano detti molto dignitosi, molto pii, le donne molto dolci, molto belle, molto caste. Un profumo d'infanzia spirava là entro, una tenerezza illimitata e profondamente umana, la morte nella prima comunione del cristianesimo, quella morte che si celava per rivivere e che non sognava più l'impero del mondo.
Ad un tratto, Pietro rivide nella memoria il torreggiare dei monumenti fastosi, evocati da lui ai due lati della via Appia, i monumenti che facevano pompa in pieno meriggio dell'orgoglio imperioso di un popolo.
Sfolgoravano in ostentazione superba, con le loro dimensioni gigantesche, il loro sfoggio di marmi, le loro scritte indiscrete, i loro capolavori di scoltura, cornicioni, bassirilievi, statue.
Ah! quel viale della morte pomposa, in campagna rasa, quel viale che, come una strada trionfale, conduceva alla città regina, alla città eterna, che contrasto straordinario faceva colla città sotterranea dei cristiani, quella città, dalla morte nascosta, così dolce, così bella, così casta. Là dentro non v'era che il sonno, la notte desiderata e bene accetta, una rassegnazione serena a cui non costava nulla affidarsi alla pace nell'ombra, in attesa della beatitudine celeste, e perfino il paganesimo morente che perdeva della sua bellezza, quella inettezza nella mano d'opera dell'artefice ingenuo, aggiungevano incanto a quei poveri cimiteri, scavati lontano dal sole, nella notte eterna della terra.
Milioni di creature si erano coricate umilmente in quella terra, forata come da formiche prudenti, vi avevano dormito il loro sonno per secoli, vi dormirebbero ancora, misteriose, cullate dal silenzio e dall'oscurità, se gli uomini non fossero venuti a turbare il loro desiderio d'oblìo, prima che le trombe del giudizio suonassero la risurrezione.
Ed allora la morte aveva parlato della vita e nulla era apparso più vivo di una vita intima e commovente, che quella città sepolta dei morti, senza nome, ignorati ed innumerevoli.
Ne era uscito altre volte un soffio possente, il soffio di una umanità novella, che doveva rigenerare il mondo. Con l'umiltà, con lo sprezzo della carne, con l'odio pauroso della natura, coll'abbandono delle voluttà terrene, colla bramosia della morte che libera ed apre il paradiso, si iniziava un'altra società.
Ed il sangue di Augusto, rosseggiante in viva porpora al sole, il sangue così sfolgorante nel dominio regale, parve sparisse per un momento, come se la nuova terra lo avesse assorbito, in fondo alle sue tenebre sepolcrali.
Il frate insisteva per mostrare alle signore la scala di Diocleziano ? e ne raccontò la leggenda.
- Sì, un miracolo... Sotto quell'imperatore, certi soldati incalzavano dei cristiani che si rifugiarono in quelle catacombe; e quando i soldati si ostinarono a seguirli, la scala si spezzò, e precipitarono tutti... oggi ancora i gradini sono rovinati. Venite a vedere, è a due passi.
Ma quelle signore erano rifinite dalla stanchezza, ed inoltre si sentivano invase da un tal malessere fra quelle tenebre e quelle storie di morti che vollero assolutamente risalire.
D'altronde, le sottili candelette erano quasi alla fine, e tutti furono abbagliati quando si ritrovarono in cima, alla luce del sole, davanti alla botteguccia di oggetti sacri.
La fanciulla comperò un ferma-carte, un pezzo di marmo su cui era inciso il pesce, simbolo di Gesù Cristo Figlio di Dio, Salvatore degli uomini.
Nel pomeriggio di quello stesso giorno, Pietro desiderò di visitare la Basilica di San Pietro.
Non ne conosceva ancora, per averla attraversata in carrozza, che la piazza grandiosa, col suo obelisco e le sue due fontane, nella vasta cornice dei portici del Bernini, quella quadrupla fila di colonne e di pilastri che le fa una cintura maestosamente monumentale.
In fondo, la Basilica sorge, rimpicciolita e resa goffa dalla sua facciata, ma torreggiando nel cielo con la cupola maestosa.
Sotto il sole ardente si stendevano dei pendii sassosi e deserti, dei gradini bassi si succedevano, logori ed imbiancati; e, in fondo, Pietro entrò.
Erano le tre; larghi raggi piovevano dagli alti finestroni quadrati: cominciava la celebrazione di una cerimonia, probabilmente i vespri, nella cappella Clementina, a sinistra. Ma egli non udì nulla; fu colpito solo dall'immensità del vano.
A passi lenti, con gli occhi per aria, ne percorse le dimensioni smisurate.
Erano, presso l'ingresso, le pile dell'acqua santa, gigantesche coi loro angeli paffuti come amorini; era la navata centrale, la vôlta colossale, fregiata di cassettoni: erano specialmente, alla crociera, i quattro pilastri ciclopici che sorreggono la cupola; erano anche le gallerie trasversali e l'abside, ognuna di esse vasta come una delle nostre chiese.
E Pietro si sentiva anche impressionato da quella pompa orgogliosa, da quel fasto sfolgorante, schiacciante; la cupola simile ad un astro, scintillante delle tinte vivide, degli ori e dei mosaici: il sontuoso baldacchino, di cui il bronzo è stato preso al Pantheon e che corona l'altare maggiore, eretto sulla tomba stessa di San Pietro, dove scende la doppia scala della Confessione, rischiarata da ottantasette lampade, perennemente accese: i marmi, finalmente, una profusione, una prodigalità straordinaria di marmi, e bianchi, e colorati, e screziati.
Ah! quei marmi policromi, di cui il Bernini aveva la sfarzosa smania; lo splendido lastricato in cui tutto l'edifizio si rispecchia; il rivestimento dei pilastri, ornati da medaglioni, rappresentanti i papi, alternati con la tiara e le chiavi, portate da angeli paffuti e le mura sovraccariche di attributi, fra cui ricompare sempre la colomba di Innocente decimo: le nicchie, con le loro statue colossali di un gusto barocco: le loggie, la balaustrata della Confessione e la sua doppia scala, i ricchi altari e le tombe ancora più ricche!
Tutto, la navata maggiore, i lati, le navate, l'abside, era di marmo, risplendeva della ricchezza del marmo, nè si poteva trovar un angolo, largo come il palmo della mano, che non avesse la sfacciata ostentazione del marmo.
E la basilica trionfava, indiscutibilmente riconosciuta ed ammirata come la chiesa più grande e più opulenta del mondo, l'enormità nella magnificenza.
Pietro camminava sempre, vagando attraverso alle navate, guardando, oppresso, senza distinguere nulla. Si fermò un momento davanti al San Pietro di bronzo, posante in attitudine rigida, ieratica, sul suo zoccolo di marmo. Alcuni fedeli si accostavano, baciando il pollice del piede destro; taluni lo tergevano per baciarlo, altri lo baciavano senza tergerlo, e, poggiatavi la fronte, lo baciavano di nuovo.
E Pietro tornò alla navata sinistra, dove si trovano i confessionali. Costì stanno tutto il giorno dei sacerdoti, pronti a confessare in tutte le lingue. Altri aspettano, armati di una lunga bacchetta, e percuotono leggermente il capo dei peccatori che si inginocchiano, il che procura a questi trenta giorni d'indulgenza.
Ma vi era pochissima gente ed i preti impiegavano il tempo dell'aspettativa leggendo e scrivendo, come a casa propria, nelle anguste casse di legno.
E Pietro si ritrovò davanti alla Confessione, ad osservare le ottantasette lampade, scintillanti come stelle.
L'altar maggiore, dove il papa soltanto può uffiziare, pareva avesse una malinconia altera e solitaria, sotto il gigantesco baldacchino fiorito, la cui mano d'opera e le cui dorature costano più di mezzo milione.
Poi rammentò la cerimonia che si celebrava nella cappella Clementina e stupì perchè non udiva assolutamente nulla: la credette finita, e volle assicurarsene. Allora, man mano che si avvicinava, cominciò a percepire un soffio leggero, come una melodia di flauto che veniva da lontano. Il suono cresceva, ma non ravvisò l'organo che quando fu davanti alla cappella. Delle cortine rosse, calate sulle finestre, temperavano la luce del sole, e la cappella rosseggiava di un riverbero di fornace, vibrante per la sonorità di una musica grave. Ma come perduta, quanto rimpicciolita nell'immensità della navata, giacchè a sessanta passi non se ne distinguevano più nè le voci, nè il suono dell'organo!
Entrando, Pietro aveva creduto la chiesa assolutamente vuota, immensa e morta. Poi si era avveduto della presenza di alcuni esseri, indovinati in lontananza. Vi era della gente, ma, così divisa, così scarsa, che era come non vi fosse.
Qua e là alcuni viaggiatori che si smarrivano, affranti, con la guida in mano: in mezzo alla grande navata un pittore col suo cavalletto che copiava una prospettiva come in una galleria pubblica. Poi sfilò tutto un seminario francese, condotto da un prete che illustrava le tombe agli alunni. Ma quelle cinquanta, quelle cento persone non contavano, facendo appena in quello spazio vastissimo l'effetto di poche formiche nere, che, smarrite, cercano la loro strada con sgomento. E, da quell'istante, Pietro risentì l'impressione netta di una sala da ballo gigantesca, una vera sala dei passi perduti, in uno smisurato palazzo di ricevimento.
I larghi rivi di sole che vi piovevano dalle finestre, la rischiaravano di una luce abbagliante, attraversandola tutta di uno splendore glorioso.
Non un banco, non una seggiola; null'altro che il lastrico da museo che splendeva sotto la pioggia oscillante dei raggi. Nessun cantuccio di raccoglimento, nessun cantuccio d'ombra, di mistero, per inginocchiarsi e pregare. Dappertutto la luce viva, l'abbaglio di una sontuosità, di una sovranità in pieno meriggio.
E lui, che giungeva in quel teatro d'opera, così deserto e raggiante, di un tal fiammeggiare d'oro e di porpora, col brivido delle cattedrali gotiche, dove le umili turbe singhiozzano nella foresta dei pilastri, lui che recava con sè il ricordo malinconico dell'architettura e della scultura emaciata del Medio-evo, tutt'anima, si sentiva perduto in quella maestà d'apparato, in quella pompa colossale e vuota che era tutta materia.
Cercò invano qualche povera donnicciuola inginocchiata, un essere di fede e di dolore che, in pudica luce crepuscolare, si abbandonasse all'ignoto e discorresse, a labbra suggellate, con l'invisibile.
Non v'era altro là dentro che lo stanco andirivieni dei forestieri, la fretta affaccendata dei prelati che conducevano i giovani preti alle stazioni obbligatorie, mentre, nella cappella di sinistra, si continuava a cantare i vespri, senza che il suono ne giungesse alle orecchie dei visitatori, che percepivano appena un'onda confusa, l'oscillare di una campana penetrante dal di fuori, attraverso alle vôlte. Pietro comprese che quello era lo splendido scheletro di un colosso monumentale, da cui la vita si ritirava. Per popolarlo, per animarlo della sua vera anima, ci volevano gli ottantamila fedeli che il vano poteva contenere, le grandi cerimonie pontificali, lo splendore delle feste di Natale e di Pasqua, le processioni, i corteggi, che mettevano in mostra lo sfarzo sacro, con gli scenari e la messa in scena di un teatro lirico.
Ed evocò quello che sapeva della magnificenza del passato, la basilica rigurgitante di una folla idolatra, il corteo sovrumano, sfilante tra le fronti prosternate, la croce e la spada che aprono la marcia, i cardinali che vanno a due a due come gli Dei delle pleiadi, vestiti di rocchetti di merletto, con veste e manto di porpora, di cui i caudatarii reggono lo strascico, poi finalmente il papa, come un Giove onnipotente, portato sotto un baldacchino di velluto rosso e oro, seduto sopra una poltrona di velluto rosso e oro, vestito di bianco, col piviale d'oro, la stola d'oro, la tiara d'oro.
I portantini della sedia gestatoria scintillavano nelle tuniche rosse ricamate di seta. I flabelli si agitavano ai lati del pontefice unico e sovrano, i grandi ventagli di piume che altre volte si facevano oscillare davanti agli idoli della Roma antica.
Ed attorno alla seggiola trionfale, che Corte abbagliante e gloriosa! Tutta la famiglia pontificia, la turba dei prelati assistenti, i patriarchi, gli arcivescovi, i vescovi ammantati e mitrati d'oro, i camerieri segreti partecipanti coi vestiti di seta violetta, i camerieri di cappa e spada partecipanti in costume di velluto nero, col collare ad arricciature e la catena d'oro: l'innumerevole seguito ecclesiastico e laico, alla cui enumerazione non basterebbero cento pagine della Gerarchia, i protonotari, i cappellani, i prelati di tutte le classi e di tutti i gradi, senza contare la casa militare, i gendarmi col berretto di pelo, la guardia palatina in calzoni turchini e tunica nera, la guardia svizzera, colla corrazza d'acciaio e vestita di giallo, di nero e di rosso, la guardia nobile stupenda di fasto cogli stivaloni, i calzoni di pelle bianca, la tunica rossa ricamata d'oro, le spalline e l'elmo d'oro.
Ma dacchè Roma era la capitale d'Italia, le porte non si spalancavano più a tutti gli sguardi ? si chiudevano anzi con studio geloso, e le poche volte in cui il papa scendeva ancora ad officiare, a mostrarsi, come l'Eletto supremo, un Dio incarnato sulla terra, la basilica non si affollava che di invitati, ci voleva un biglietto per penetrarvi.
Non era più il popolo, non erano più cinquanta, sessantamila cristiani, accorsi ed accalcati a caso; era un'assistenza di amici, riserbati per le solennità particolari ed inaccessibili, ed anche quando si riusciva a raccoglierne delle migliaia, non era mai altro che un pubblico ristretto, invitato allo spettacolo di un concerto immenso.
E, sempre più, nel percorrere quel museo freddo e maestoso, fra lo splendore gelido dei marmi, Pietro si sentiva penetrato dalla sensazione di trovarsi in un tempio pagano, eretto al Dio della luce e della pompa.
Certamente, i templi della Roma antica erano simili a quella basilica, con le stesse mura rivestite di marmi policromi, le stesse colonne preziose, le stesse vôlte a cassettoni dorati.
E quella medesima impressione, egli doveva risentirla ancor più nel visitare le altre basiliche, cosicchè doveva risultarne per lui una verità indiscutibile.
Anzitutto, la Chiesa cristiana si stabiliva con piena audacia e tranquillità, nel tempio pagano; San Lorenzo in Miranda si insediava come a casa propria nel tempio di Antonino e Faustina, di cui serbava il portico stupendo in marmo cipollino. Oppure quella chiesa cristiana rigermogliava sul ceppo abbattuto, sull'antico edifizio distrutto, come, ad esempio, il San Clemente attuale, sotto cui vi sono dei secoli di credenze contrarie stratificate, un monumento del tempo della repubblica, un altro del tempo dell'impero, in cui si è ravvisato un tempio di Mitra, in fine una basilica della fede primitiva.
V'era poi la Chiesa cristiana che, come Sant'Agnese fuori delle mura, veniva edificata sul preciso modello della Basilica Civile dei romani, il Tribunale e la Borsa che accompagnava qualsiasi Foro; e v'era specialmente la Chiesa cristiana fatta con materiali rubati ai templi in rovina: le sedici colonne stupende di quella stessa Sant'Agnese, tutte di marmi diversi, evidentemente prese a parecchie divinità: le venti colonne di Santa Maria, in Trastevere, colonne di tutti gli ordini, strappate al tempio d'Iside e di Serapide, di cui i capitelli hanno conservato le figure; le trentasei colonne di marmo bianco di Santa Maria Maggiore, d'ordine ionico che provengono dal tempio di Giunone Lucina; le ventidue colonne di Santa Maria in Aracoeli, tutte diverse di materia, di dimensione e di lavoro, e di cui la leggenda vuole che alcune siano state rapite a Giove stesso, al tempio del Giove Capitolino che sorgeva al medesimo posto, sulla vetta sacra.
Ancor oggi, i templi della ricca epoca imperiale rinascono nelle basiliche sontuose, a San Giovanni in Laterano ed a San Paolo fuori delle mura.
La basilica di San Giovanni, Madre e Capo di tutte le chiese, che sviluppa le sue cinque navate divise da quattro cinture di colonne, mette in fila le sue dodici statue colossali degli Apostoli, come una doppia processione di Dei, avviata verso il Signore supremo degli Dei, che profonde i cornicioni, le riquadrature, non è essa il palazzo di gala di una Divinità pagana, di cui il regno opulento non è di questo mondo? Ed in San Paolo, specialmente, come lo si è compito oggi, nello splendore nuovo dei suoi marmi, simili a specchi, non si ritrova la magione degli Immortali dell'Olimpo, il tempio tipico, la maestosa fila di colonne sotto la vôlta piatta, a cassettoni d'oro, il lastrico di marmo, d'un'impareggiabile bellezza di materia e di lavoro, i pilastri violetti a base ed a capitello bianco, il cornicione bianco a fregi violetti, dappertutto l'associazione di quei due colori, d'un'armonia divinamente carnale, che fa pensare alle mirabili forme delle Dee, soffuse d'aurora?
Anche là, come a San Pietro, nessun cantuccio di ombra, nessun cantuccio di mistero che comunichi coll'invisibile.
Ma San Pietro rimaneva pur sempre il sommo, l'immane pel suo diritto di colosso, ancora più grande dei più grandi, attestato esorbitante di ciò che può la follìa dell'enorme, quando l'orgoglio umano sogni di alloggiare Dio, a furia di milioni, in una magione di pietra, troppo vasta e troppo ricca, dove l'uomo impera e trionfa in suo nome.
Era dunque a quel colosso sfarzoso che aveva messo capo, due secoli fa, il fervore della fede primitiva?
Vi si ritrovava quella linfa esuberante del terreno di Roma che ha fatto sorgere, in tutti i tempi, dei monumenti insensati.
Sembra che i signori assoluti che vi hanno regnato successivamente, nascano già con quella smania della costruzione ciclopica, che l'abbiano attinta dal suolo stesso su cui sono cresciuti, perchè se la trasmettono senza interruzione da civiltà a civiltà.
E' una vegetazione, sempre rinascente, della vanità umana, il bisogno di iscrivere il proprio nome sopra un muro, di lasciare dietro a sè, dopo essere stato il signore della terra, una traccia indistruttibile, la prova tangibile di tutta quella gloria d'un giorno, l'edifizio eterno di bronzo e di marmo che ne farà testimonianza, sino alla fine dei secoli. In fondo, si ravvisa anche qui lo spirito di conquista, l'orgogliosa ambizione della razza, sempre preoccupata di dominare il mondo: e quando tutto è crollato, quando una società nuova rinasce dalle rovine e che si può crederla guarita dalla superbia, ritemprata dall'umiltà, non è che un errore: nelle sue vene scorre il sangue antico, essa è di nuovo travolta dal delirio insolente degli antenati; e non appena è forte ed illustre, ricade in balìa alla violenza ereditaria. Non v'ha papa di grido che non abbia voluto fabbricare, che non abbia ripresa la tradizione dei Cesari, che eternavano il loro regno nella pietra, facendosi erigere dei templi alla loro morte, per innalzarsi al rango dei numi.
Anche nei Papi si manifesta lo stesso desiderio di immortalità; ognuno di essi gareggia con gli altri, per lasciar il monumento più grande, più duraturo, più stupendo, e la malattia è così acuta che quelli meno ricchi che non potendo edificare, hanno dovuto limitarsi a riparare, si sono compiaciuti a trasmettere alle generazioni la memoria dei loro modesti lavori, col farvi apporre delle lastre di marmo con iscrizioni reboanti, dal che deriva appunto il gran numero di quelle lapidi.
Non s'è puntellato un muro senza che un papa lo abbia segnato del suo stemma; non s'è consolidata una rovina, restaurato un palazzo, una fontana, senza che il papa regnante abbia firmata l'opera col suo titolo sommo di Pontifex maximus. Era una fissazione, un eccesso involontario, la fioritura fatale di quel terreno che da più di duemila anni era fatto di macerie. Dei monumenti scaturiscono perennemente da quella polvere.
E nel vedere quel pervertimento con cui il vecchio suolo romano ha quasi subito corrotta la dottrina di Gesù, quella bramosia d'impero, quella smania della gloria terrestre a cui il cattolicismo, disdegnando gli umili ed i puri, i fraterni ed i semplici, del cristianesimo primitivo, ha domandato il suo trionfo, ci si chiede se Roma sia mai stata cristiana!
Allora, ad un tratto, mentre faceva per la seconda volta il giro dell'immensa basilica, ammirando i sepolcri dei papi, Pietro vide, in un baleno improvviso, la verità risplendere e riassumersi in lui.
Ah! quei sepolcri! Laggiù, nella nuda campagna, sotto il libero sole, sui due margini della via Appia, che era come l'ingresso trionfale di Roma, conducendo il forestiero al Palatino augusto, cinto da una corona di palazzi, sorgevano i sepolcri giganteschi dei possenti e dei ricchi che eternizzavano nel marmo l'orgoglio e la pompa di una razza forte, dominatrice del mondo.
Poi, lì accanto, sotto la terra, nelle tenebre della notte tacita, in fondo a miserabili topaie, si celavano le altre tombe, i piccoli, gli umili, gli afflitti senza arte nè ricchezza, quelli di cui l'umiltà diceva come un alito di tenerezza e di rassegnazione fosse passato sul mondo, come un uomo fosse venuto a predicare la fraternità e l'amore, la rinunzia ai beni di questa vita per le gioie sempiterne della vita futura, affidando alla nuova terra il buon grano del suo vangelo, seminando l'umanità ringiovanita che doveva trasmutare il vecchio mondo.
Ed ecco che da quella semenza, sepolta per secoli nel suolo, ecco che da quelle tombe così umili, così ignote, dove i martiri dormivano il dolce loro sonno, aspettando il risveglio glorioso, altre tombe erano sorte, pari in mole gigantesca, pari in fasto alle antiche tombe distrutte degli idolatri, rizzanti anch'esse i loro marmi tra gli splendori pagani di un tempio, facendo pompa dello stesso orgoglio sovrumano, della stessa passione delirante di dominio universale.
Col Rinascimento, Roma ridiventa pagana: il vecchio sangue imperiale ribelle, travolgendo il cristianesimo sotto il più forte assalto che abbia avuto da subire.
Ah! quelle tombe dei papi, a S. Pietro, che nella loro glorificazione insolente, la loro esuberanza carnale e fastosa, sfidano la povertà, mettendo l'immortalità sulla terra!
Sono papi di bronzo, smisurati, sono figure allegoriche, angeli equivoci, belli come belle cortigiane, donne affascinanti, con ànche e seni da Dee: Paolo terzo siede sovra un alto piedestallo, con la Giustizia e la Prudenza semiadagiate ai suoi piedi; Urbano ottavo sta fra la Prudenza e la Religione; Innocente undicesimo fra la Religione e la Giustizia; Innocente dodicesimo fra la Giustizia e la Carità; Gregorio tredicesimo tra la Religione e la Forza.
Alessandro settimo, genuflesso, assistito dalla Prudenza e dalla Giustizia, ha davanti di sè la Carità e la Verità: e uno scheletro si rizza, additando la clessidra vuota.
Clemente tredicesimo, in ginocchio anche lui, trionfa sopra un sarcofago monumentale, a cui la Religione si poggia, reggendo la Croce; mentre il Genio della Morte, all'angolo destro, ha sotto di sè due leoni enormi, simboli dell'onnipotenza.
Il bronzo dice l'eternità delle figure, i marmi bianchi splendono in belle carni opulente, i marmi colorati si ravvolgono in ricchi drappeggi, ed i monumenti sorgono in piena apoteosi, sotto la vivida luce d'oro delle immense navate.
E Pietro, passando da una tomba all'altra, continuava a camminare per la basilica soleggiata, splendida e deserta.
Sì, quelle tombe emulavano quelle della via Appia, nella loro imperiale ostentazione.
Ed era certamente Roma, la terra di Roma, quella terra dove l'orgoglio e la sete di dominio crescevano come l'erba dei campi, che aveva fatto dell'umile cristianesimo primitivo il cattolicismo vittorioso, alleato ai potenti ed ai ricchi, fortissimo arnese di governo, eretto per la conquista dei popoli.
I papi si erano svegliati Cesari.
E la lontana eredità sortiva i suoi effetti, il sangue di Augusto era rinato e pulsava di nuovo nelle loro vene, accendendo la loro fantasia di ambizioni smisurate.
Ma Augusto soltanto aveva ottenuto l'impero del mondo, in pari tempo imperatore e sovrano pontefice, padrone dei corpi e delle anime.
Ed ecco d'onde deriva il sogno perenne dei papi, disperati di non avere che il potere spirituale, ostinati a non cedere nulla del temporale, nella speranza secolare, non mai abbandonata, che il sogno, avverandosi ancora, faccia del Vaticano un altro Palatino, d'onde regneranno da despoti assoluti sulle nazioni conquistate.
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Pietro era già a Roma da quindici giorni, e l'affare per cui era venuto, la difesa del suo libro, non progrediva.
Aveva tuttavia lo stesso fervido desiderio di vedere il papa, senza prevedere come e quando lo appagherebbe, tra i continui indugi ed il terrore messogli da monsignor Nani sull'esito di un passo imprudente.
E, indovinando che il suo soggiorno poteva protrarsi all'infinito, s'era deciso a far vidimare il suo celebret al Vicariato e diceva messa ogni mattina a Santa Brigida, in piazza Farnese, dove l'abate Pisoni, l'ex-confessore di Benedetta, gli aveva fatto un'accoglienza benigna.
Quel lunedì, stabilì di scendere per tempo al ricevimento intimo di donna Serafina, colla speranza di ottenervi qualche notizia e di dare una spinta al suo affare.
Forse vi sarebbe monsignor Nani, oppure avrebbe la buona ventura di capitare su qualche prelato o qualche cardinale che lo appoggerebbe. Aveva tentato invano di valersi di don Vigilio, o per lo meno, di ricavarne qualche ragguaglio attendibile. Il segretario del cardinale Boccanera, quasi ripreso dalla diffidenza e dalla paura, dopo essersi mostrato servizievole per un momento, lo scansava, si nascondeva, mostrando, col suo contegno, di esser deciso a non immischiarsi di una faccenda assolutamente losca e pericolosa.
D'altronde era, da due giorni, costretto a letto per un atroce accesso di febbre.
E Pietro non aveva, per incorarlo, che Vittorina Bosquet, l'ex-bambinaia salita al grado di governante, quella figlia della Beauce, che serbava il suo cuore da fida francese, dopo trent'anni di vita in quella Roma che ignorava ancora.
Ella gli parlava di Anneau, come se l'avesse lasciato da un giorno.
Ma, quella mattina, non aveva la solita allegria, la solita vivacità avveduta, e quando seppe che egli scendeva, la sera, a trovar le signore, crollò il capo.
- Oh! non le troverete molto contente. La mia povera Benedetta ha dei grandi dispiaceri; il suo divorzio va male, a quanto pare.
Tutta Roma parlava del caso, vi era una straordinaria ripresa di pettegolezzi che metteva sossopra la società nera e la bianca.
Quindi Vittorina non era tenuta ad esagerare la discrezione di fronte ad un compatriota.
Ecco dunque i fatti: in risposta al pro-memoria dell'avvocato concistoriale Morano, il quale dimostrava, basandosi su testimonianze e prove scritte, che il matrimonio non aveva potuto essere consumato per l'impotenza del marito, monsignor Palma, teologo scelto dalla Congregazione del Concilio, come difensore del matrimonio, aveva prodotto un pro-memoria veramente terribile.
Anzitutto, metteva fortemente in dubbio lo stato di verginità della parte civile, discutendo i termini tecnici delle due levatrici, esigendo l'esame a fondo per parte di due medici; formalità davanti alla quale il pudore della giovane donna si era inalberato, spingendola al rifiuto; citava poi dei casi fisiologici perfettamente ammessi, in cui delle ragazze avevano avuto rapporti con uomini senza sembrare deflorate.
Si giovava molto del racconto riferito nel pro-memoria del conte Prada, il quale, con la massima sincerità, non si arrischiava ad affermare che il matrimonio fosse stato consumato, tanto la contessa si era dibattuta; per conto suo, aveva veramente creduto, al momento, di compire l'atto sino alla fine, in condizioni normali; ma dopo, riflettendoci, non osava più mostrarsi così reciso nell'affermazione, ammettendo che, nel cedere alla violenza del desiderio, aveva potuto crearsi delle illusioni sopra un possesso ancora incompleto.
E monsignor Palma si valeva di quel dubbio, aggravandolo con tutti i ragionamenti subdoli che quell'argomento delicato comportava, e finiva col ritorcere contro la sposa violentata la deposizione della cameriera, citata da lei, la qual cameriera, che aveva udito lo strepito della lotta, affermava che, dopo quella prima notte, il padrone e la padrona avevano sempre dormito separatamente.
L'argomento decisivo della memoria era questo poi, che, se anche la parte civile avesse dato la prova assoluta della sua verginità, rimaneva per altro stabilito e sicuro che solo il suo rifiuto aveva resa impossibile la consumazione del matrimonio, l'obbedienza della donna essendo la prima condizione dell'atto.
E finalmente, la Congregazione, dietro un'altra memoria, quella del relatore, in cui questi riassumeva e discuteva le altre tre, aveva votato, concedendo l'annullamento del matrimonio, ma con la maggioranza di un solo voto, soluzione così precaria che, senza aspettare altro, secondo il suo diritto, monsignor Palma si era affrettato a domandare un supplemento d'informazione, il che rimetteva in questione tutta la procedura e produceva la necessità di una seconda votazione.
- Ah! la mia povera contessina! ? esclamò Vittorina ? ne morirà di dolore, perchè quella cara creatura arde a lento fuoco, sotto il suo aspetto placido... A quanto pare, quel monsignor Palma è il padrone della posizione e può far durare la causa quanto gli piace. Con questo, che si è speso un monte di quattrini e converrà spenderne degli altri... L'abate Pisoni, che voi conoscete ora, ha avuto affè! una bella idea quando ha consigliato quel matrimonio, e non per contristare la memoria della mia buona signora, la contessa Ernesta, che era una santa, ma non v'ha dubbio che essa ha fatto la sventura di sua figlia col darla al Prada.
S'interruppe, poi, vinta dallo spirito di giustizia che vi era in lei, riprese:
- Ha ragione d'altronde di non essere contento, il conte Prada... Lo canzonano troppo... E con tutto questo io non posso a meno di dire che la mia Benedetta è una grulla di metterci tante formalità. Se dipendesse da me, lo avrebbe in camera sua, stasera, il suo Dario, giacchè lo ama tanto e si amano tutti e due e si desiderano da tanto tempo. Affè mia, sì! Senza sindaco, nè parroco, pel piacere di essere giovani e belli e di provare la felicità insieme... La felicità, Dio mio, è una cosa tanto rara!
E, vedendo che Pietro la guardava con sorpresa, si diede a ridere, col suo fare sano ed allegro ed il placido equilibrio del popolino di Francia, che ormai non ha più fede che nella vita felice, onestamente intesa.
Poi si lamentò, con parole più velate, di un altro dolore che attristava la casa, un contraccolpo anche questo di quello sciagurato affare del divorzio.
Vi era una rottura tra donna Serafina e l'avvocato Morano, il quale, scontentissimo del mezzo scacco fatto colla sua memoria davanti alla Congregazione, accusava il padre Lorenzo, il confessore della zia e della nipote, di averle spinte ad un processo spiacevole, donde risulterebbero degli scandali per tutti. E non era più tornato al palazzo Boccanera: la rottura di un antico legame che durava da trenta anni, con un vero stupore di tutti i salotti di Roma, che disapprovavano formalmente Morano.
Donna Serafina ne era tanto più esacerbata, inquantochè lo sospettava di agire in mala fede e di abbandonarla per tutt'altro motivo, e cioè una improvvisa infatuazione, inconfessabile e colpevole in un uomo della sua età e della sua condizione, l'amore che una giovane borghesuccia, un'intrigante aveva acceso in lui.
Quando Pietro entrò, quella sera, nel salotto parato di broccatello giallo, a larghi fiorami Luigi 16, trovò infatti che, sotto la luce più scialba delle lampade, velate di merletto, regnava una profonda malinconia.
Non vi erano d'altronde che Benedetta e Celia, che, sedute sopra un canapè, discorrevano con Dario; mentre il cardinale Sarno, sepolto in fondo ad un seggiolone, ascoltava, senza profferir parola, l'interminabile cicaleccio della vecchia parente che accompagnava, ogni lunedì, la principessina.
Donna Serafina era sola, al solito posto, dalla parte destra del camino, con la rabbia segreta di vedere, rimpetto, l'angolo sinistro vuoto, quell'angolo che Morano aveva occupato durante i suoi trent'anni di fedeltà.
E Pietro notò l'occhiata ansiosa, poi disperata, con cui essa accolse la sua venuta, spiando la porta, probabilmente in attesa dell'incostante. Si teneva molto dritta, molto impettita, sottile e più stretta che mai nel busto, con la sua faccia dura da zitellona, dai capelli di neve, dalle sopracciglia nerissime.
Pietro, dopo averle presentato i suoi omaggi, lasciò subito scorgere la sua preoccupazione, chiedendo se non avrebbe avuto il piacere di vedere monsignor Nani quella sera. Ed anch'ella non potè frenarsi, rispondendo:
- Oh! monsignor Nani ci abbandona come gli altri. Gli è quando si ha bisogno della gente che questa scompare!
Serbava rancore al prelato di non essersi adoperato che fiaccamente pel divorzio, dopo aver fatto grandi promesse.
Probabilmente, come sempre, egli dissimulava, sotto la sua eccessiva benevolenza, piena di blandizie, qualche suo progetto particolare. Del resto, donna Serafina rimpianse subito la confessione strappatale dallo sdegno, e riprese:
- Verrà forse or ora. E' così buono e ci ama tanto!
Sebbene si lasciasse prendere la mano alle volte dall'impetuosità della sua tempra, voleva essere diplomatica per vincere la cattiva fortuna. Suo fratello, il cardinale, le aveva detto quanto l'attitudine della Congregazione del Concilio lo irritasse, perchè era sicuro che la fredda accoglienza fatta alla richiesta di sua nipote proveniva, in parte, dal desiderio che avevano certi cardinali suoi colleghi, di fargli cosa sgradita.
Desiderava anche lui il divorzio che, solo, poteva assicurare la continuazione della sua stirpe, essendo Dario ostinato a non sposare che la cugina. Ed era un concorso di disastri, tutta la famiglia colpita, lui ferito nell'orgoglio, la sorella che divideva quella sofferenza, offesa poi di rimando nel cuore, i due innamorati infelicissimi di vedere un nuovo indugio frapposto alle loro speranze.
Quando Pietro si avvicinò al canapè dove i giovani discorrevano, udì che parlavano a mezza voce della catastrofe.
- Perchè disperarsi? ? diceva Celia. ? Dopo tutto, ammesso l'annullamento del matrimonio ed ammesso colla maggioranza di un voto, il processo ricomincia; non è che un ritardo.
Ma Benedetta crollava il capo.
- No, no! Se Monsignor Palma si ostina, sua Santità non darà mai la propria approvazione. E' finita.
- Ah! se si fosse ricchi, ricchissimi! ? mormorò Dario in tono convinto che non fece sorridere nessuno.
Poi, pianissimo, alla cugina:
- Devo assolutamente parlarti; non possiamo più durarla così.
Ed essa rispose allo stesso modo in un bisbiglio:
- Scendi domani sera alle cinque. Sarò qui, mi troverai sola.
La serata fu lunghissima. Pietro era molto commosso dalla prostrazione di Benedetta, di solito così calma e così assennata.
I suoi occhi profondi, il suo viso puro, d'una delicatezza infantile, erano offuscati di lagrime trattenute. Egli s'era già preso di una vera affezione per lei, che d'umore sempre uguale, quasi un po' indolente, celava sotto una apparenza di gran senno, la passione di un'anima fervidissima.
Essa si sforzava a sorridere però ascoltando le graziose confidenze di Celia, di cui gli amori progredivano meglio dei suoi.
E non vi fu che un momento di conversazione generale, quando la vecchia parente, alzando la voce, parlò dell'indegna attitudine della stampa italiana verso il Santo Padre. I rapporti non erano mai stati così cattivi tra il Vaticano ed il Quirinale.
Il cardinale Sarno, uscendo dal solito mutismo, annunziò che il papa nell'occasione delle feste sacrileghe del 20 settembre, celebranti la presa di Roma, scaglierebbe una nuova lettera di protesta a tutti gli Stati cristiani, complici del presente stato di cose colla loro indifferenza.
- Eh! provatevi un po' a maritare il papa ed il Re! ? disse, con voce amara, donna Serafina, alludendo al matrimonio della nipote.
Pareva fuori di sè: era troppo tardi ormai e non si aspettava più nè monsignor Nani nè altri. Però, i suoi occhi si riaccesero, quando suonò un insperato rumore di passi ed essa guardò ansiosamente la porta avendo l'amara delusione di veder comparire Narciso Habert, il quale venne a scusarsi con lei della visita tardiva. Lo zio, il cardinale Sarno, lo aveva introdotto in quel salotto di così difficile accesso, ed egli vi era bene accolto, per le sue idee religiose, che si dicevano intransigenti. Del resto, non era accorso quella sera, nonostante l'ora tarda, che per parlare a Pietro, che prese subito in disparte.
- Ero certo di trovarvi qui; ho potuto rivedere, un momento fa, mio cugino, monsignor Gamba del Zoppo, e ho una buona notizia da annunziarvi... Egli ci rivederà domattina, verso le undici, nel suo appartamento del Vaticano.
Poi, abbassando la voce:
- Credo anzi che tenterà di introdurvi presso il Santo Padre... Insomma l'udienza mi sembra sicura.
Pietro si rallegrò moltissimo della nuova data nella malinconia di quella sala dove, da due ore si affliggeva e si abbandonava allo scoramento. Otterrebbe dunque infine una soluzione?
Narciso, dopo una stretta di mano a Dario, salutò Benedetta e Celia, poi si avvicinò allo zio, il cardinale, il quale, liberato dalla vecchia parente, si decideva a parlare. Ma non discorreva generalmente che della sua salute, del tempo o riferiva qualche aneddoto insignificante che gli avevano raccontato, senza dir mai una parola degli affari terribili e complicati che sbrigava alla Propaganda. Quelle conversazioni erano come un bagno di oscurità e di mediocrità, in cui, uscendo dal suo uffizio di vecchio burocratico, si ritemprava dalla fatica di governar il mondo. E tutti si alzarono, prendendo congedo.
- Non dimenticate che domani, alle dieci, mi troverete alla Cappella Sistina, ? ripetè Narciso a Pietro. ? In attesa dell'ora del nostro appuntamento, vi mostrerò i Botticelli.
L'indomani, alle nove e mezzo, Pietro, venuto a piedi, era già sull'ampia piazza; e prima di dirigersi a destra, verso la porta di bronzo, nell'angolo dei portici, alzò gli occhi, si fermò un momento a guardare il vaticano.
Nulla gli parve meno monumentale di quell'accatastamento di fabbricati, cresciuti all'ombra della cupola di San Pietro, senza nessun ordine architettonico, senza nessuna regolarità.
I tetti si sovrapponevano, le facciate si stendevano, larghe e piatte, a caso, secondo le ali aggiunte ai fianchi od in altezza.
Soltanto i tre lati simmetrici della corte di San Damaso apparivano al disopra dei portici, con le grandi vetriate delle antiche loggie, oggi chiuse, che le facevano somigliare a tre immense serre, scintillanti al sole fra la loro cornice rossastra di pietra. Eppure questo era il più bel palazzo del mondo, il più vasto, quello di undicimila sale, che racchiudevano i più mirabili capolavori del genio umano!
Ma nella sua delusione Pietro non ammirò che l'alta facciata di destra, che dà sulla piazza e dove egli sapeva che stavano, al secondo piano, le finestre dell'appartamento del papa. Egli contemplò a lungo quelle finestre; gli avevano detto che la quinta era quella della camera da letto, dove si vedeva sempre ardere una lampada fino a tarda notte.
Che cosa v'era dietro quella porta di bronzo che egli si vedeva davanti e che era la soglia sacra, la comunicazione fra tutti i regni della terra ed il regno di Dio, di cui l'augusto rappresentante si era imprigionato fra quelle alte mura silenziose?
Egli l'esaminava da lontano, colle sue riquadrature di metallo, ornate di grossi chiodi a testa quadra e si chiedeva che cosa difendesse, che cosa murasse, col suo aspetto fiero da antica porta di fortezza. Che gente troverebbe egli là dietro, qual tesoro di carità umana, gelosamente custodito nell'ombra, qual risorgere di speranza pei popoli novelli, avidi di fraternità e di giustizia?
Egli si compiaceva in questo sogno, il pastore unico e sacro che vegliava in fondo a quel palazzo chiuso, preparando il regno definitivo di Gesù, mentre le vecchie civiltà imputridite andavano in sfacelo, ed era ormai alla vigilia di proclamare questo regno, facendo delle nostre democrazie la grande comunità cristiana, promessa dal Salvatore.
Era l'avvenire che si preparava dietro quella porta di bronzo e certamente l'avvenire ne uscirebbe!
Ma, ad un tratto, ebbe la sorpresa di trovarsi di fronte a Monsignor Nani, il quale lasciava appunto il Vaticano per recarsi a piedi al palazzo del Sant'Uffizio dove egli alloggiava come assessore, e che era a due passi.
- Ah! monsignore, sono felicissimo. L'amico mio, Habert, sta per presentarmi a suo cugino, monsignor Gamba del Zoppo, e credo che otterrò la tanto desiderata udienza.
Monsignor Nani sorrideva col suo fare amabile ed accorto.
- Sì, sì; lo so.
E riprese:
- Ne sono felice quanto voi, caro figliuolo. Soltanto, siate prudente.
Poi, temendo che il suo consiglio avesse fatto indovinare al giovine prete che aveva appunto veduto monsignor Gamba del Zoppo, il prelato più timido di tutta la prudente famiglia pontificia, riferì che correva, dalla mattina, per due signore francesi che ardevano anch'esse dal desiderio di vedere il papa, ma che temeva assai di non riuscire.
- Vi confesso, monsignore ? affermò Pietro ? che cominciavo a perdere coraggio. Oh! sì: è ora che io abbia un po' di conforto, perchè il mio soggiorno qui non è atto a rinfrancarmi l'animo.
E, continuando, lasciò trapelare quanto Roma contribuisse a fargli perdere la fede.
Delle giornate come quelle passate da lui al Palatino e sulla via Appia, o quelle vissute nelle catacombe ed in San Pietro, non erano atte che a turbarlo, ad offuscare il suo sogno di cristianesimo ringiovanito e trionfante. Egli ne usciva in preda al dubbio, invaso da un principio di stanchezza, raffreddato nel suo entusiasmo, pronto alla ribellione.
Sempre sorridendo, monsignor Nani lo ascoltava, approvando con lievi cenni del capo. Evidentemente era così, le cose dovevano andar a quel modo; pareva che egli lo avesse preveduto e ne fosse soddisfatto.
- Basta, caro figliuolo, tutto va pel meglio, dal momento che siete certo di vedere Sua Santità.
- E' vero, monsignore, ho posto l'unica mia speranza nel giustissimo ed illuminatissimo Leone tredicesimo. Lui solo può giudicarmi, poichè lui solo ravviserà nel mio libro il suo stesso pensiero, che credo di aver tradotto molto fedelmente. Ah! se lo vuole potrà in nome di Gesù e mercè la democrazia e la scienza, redimere il vecchio mondo!
- Benissimo; così è, caro figliuolo. Discorrerete e vedrete.
Poi, siccome entrambi, alzata la testa, guardavano la facciata del Vaticano, spinse l'amabilità fino a disingannarlo: no, la finestra in cui si vedeva il lume ogni sera, non era quella della camera da letto del papa. Era quella di un ripiano di scala, che un fanale di gaz rischiarava tutta notte.
La camera del papa era più in là di due finestre.
- Ebbene, arrivederci, caro figliuolo. Mi racconterete l'abboccamento, non è vero?
Appena Pietro fu solo, varcò, col cuore agitato da forte battito, la porta di bronzo, come se fosse entrato nel luogo sacro e formidabile in cui si elaborava la felicità futura.
Vi erano delle guardie colà ? uno svizzero camminava a passi lenti, drappeggiato in un manto grigio azzurrognolo, che lasciava scorgere solo i calzoni rigati di nero, di giallo e di rosso; e pareva che quel manto scuro fosse gettato così sopra un travestimento per dissimularne la bizzarria inopportuna.
Poi, a destra, si apriva subito lo scalone coperto che sale al cortile di San Damaso; ma, per andar prima alla Cappella Sistina, bisognava seguire una lunga galleria, tra doppia fila di colonne e prendere la scala Reale. E Pietro, in quel mondo gigantesco, in cui tutte le dimensioni erano eccessive, e di una maestà schiacciante, ansimava un poco nel salire i larghi gradini.
Quando entrò nella Cappella Sistina, la sua prima impressione fu la sorpresa. Gli parve piccola, una specie di sala rettangolare, molto alta, con la sottile parete di marmo che la taglia ai due terzi, la parte dove stanno gli invitati nei giorni di grande cerimonia, ed il coro in cui siedono i cardinali sui banchi di quercia, mentre i prelati restano in piedi di dietro.
Il trono pontificio, posto sopra un rialzo, sorge a destra dell'altare, in sobria ricchezza.
 A sinistra, sul muro, si apre la stretta loggia a ringhiera di marmo, riservata ai cantori.
E bisogna alzare la testa, bisogna che gli sguardi salgano, dall'immenso affresco del Giudizio universale, che occupa tutta la parete del fondo, alle pitture della vôlta, che scendono fino al cornicione tra le dodici finestre, sei da ogni parte, perchè, ad un tratto, tutto si allarghi, si scosti e s'involi negli spazi dell'infinito.
Non vi erano, per buona ventura, che tre o quattro viaggiatori, poco rumorosi. E Pietro scorse subito Narciso Habert, sopra uno dei banchi dei cardinali, al di sopra del gradino dove siedono i caudatarii. Il giovane, immobile, con la testa un po' rovesciata all'indietro, sembrava in estasi.
Ma non era l'opera di Michelangelo che egli guardava. Non staccava gli occhi da uno degli affreschi anteriori, posti sotto il cornicione.
E, quando ebbe ravvisato il prete, si limitò a mormorare, con occhi estatici:
- Oh! amico mio, guardate un po' il Botticelli!
Poi ricadde nella sua fervida contemplazione.
Pietro era stato conquiso tutt'intero dal genio sovrumano di Michelangelo, con fulminea emozione del cervello e del cuore. Il resto sparve e non vi fu più altro per lui che quella straordinaria creazione artistica, campeggiante lassù, come in cielo sconfinato.
Quello che gli giungeva poi impreveduto, quello che lo colpiva di maggior sorpresa, si era che il pittore avesse accettato di essere l'unico artefice dell'opera sua. Nè marmorini, nè bronzisti, nè indoratori, nessun altro operaio.
Il pittore, col suo pennello, era bastato pei pilastri, le colonne, i cornicioni di marmo, per le statue e gli ornamenti di bronzo, pei rosoni ed i fiori d'oro, per tutta la decorazione, indicibilmente sfarzosa, che incorniciava quegli affreschi. Ed egli se lo figurava nel giorno in cui gli avevano consegnato la vôlta nuda, il muro bianco e liscio, delle centinaia di metri quadrati da coprire.
E lo vedeva davanti a quella pagina immensa, rifiutando ogni aiuto, scacciando i curiosi, chiudendosi in assoluta solitudine con l'opera gigantesca, gelosamente, violentemente, passando quattro anni e mezzo, fiero e solitario, in quella quotidiana creazione da titano.
Ah! che prodigio era mai quell'opera immane, fatta per assorbire tutt'una vita, quell'opera che egli aveva dovuto cominciare con così tranquilla fiducia nella sua volontà e nella sua forza, quel mondo intero, attinto nel suo cervello e buttato là, con perenne slancio della virilità creatrice, nel pieno fiorire dell'onnipotenza!
Poi l'emozione diventò quasi sgomento in Pietro quando si diede ad esaminare quell'umanità ingigantita da visionario, che traboccava in pagine di sintesi smisurata, di simbolismo ciclopico.
Come fioritura spontanea, tutte le bellezze risplendevano in essa, la grazia e la dignità regale, la pace e la potenza suprema, la scienza perfetta, gli scatti più violenti, arrischiati nella certezza della riuscita, la perpetua vittoria tecnica sulle difficoltà presentate dai piani curvi. E, sopratutto, vi si notava un'incredibile ingenuità di mezzi, la materia prima quasi ridotta a niente, pochi colori adoperati con profusione, senza nessuna ricerca di abilità, o di effetto.
Eppure questo bastava ed il sangue ribolliva con ardore, i muscoli sporgevano sotto le carni, le figure si animavano ed uscivano dalla cornice con slancio così energico, che sembrava una fiamma avvampasse lassù, dando a quel popolo una vita sovrumana ed immortale.
La vita, sì, era la vita che vi sfolgorava, vi trionfava, una vita esuberante e pullulante, un miracolo di vita, effettuato da una mano unica che possedeva il dono supremo ? la semplicità nella forza.
Che si sia veduta in quell'opera una filosofia, che si abbia voluto trovarvi tutto il destino, la creazione del mondo, dell'uomo e della donna, il fallo, il castigo, poi la redenzione, ed infine la giustizia di Dio nell'ultimo giorno del mondo, questo, Pietro non poteva osservarlo in quel primo sguardo, in quello stupore, pieno di meraviglia, in cui una tale opera lo gettava.
Ma che glorificazione del corpo umano, della sua bellezza, della sua forza e della sua grazia! Ah, quel Jehova, quel vecchio rege, terribile e paterno, che, travolto nel nembo della sua creazione, con le braccia allargate, genera i mondi!
E quello splendido Adamo, di forme così nobili, con la mano tesa, a cui Jehova dà l'anima col dito, senza toccarlo, gesto mirabile, spazio sacro fra quel dito del Creatore ed il dito della creatura, piccolo spazio in cui sta l'infinito dell'invisibile e del mistero.
E quell'Eva, rigogliosa e adorabile, quell'Eva dai fianchi possenti, atti a portare l'umanità futura, teneramente, eppure dignitosamente aggraziata, come donna che vorrà essere amata fino alla perdizione; quell'Eva che è la donna stessa in tutta la sua seduzione, la sua fecondità, il suo potere!
E perfino le figure decorative, sedute sui pilastri, ai quattro angoli degli affreschi, celebravano il trionfo della carne; i venti giovani, felici di essere nudi, nel loro incomparabile splendore di torso e di membra, penetrati da vita così intensa, che l'ebbrezza dell'azione e del moto li trasporta, li piega e li rovescia in attitudini mirabili.
E, tra le finestre, i giganti, i profeti che troneggiavano, le Sibille: l'uomo e la donna diventati Numi, smisurati per forza di muscolatura e grandezza di espressione intellettuale: Geremia che, col gomito poggiato sul ginocchio, il mento nella mano, medita, assorto nella sorgente stessa delle visioni e del sogno; la Sibilla Eritrea, dal profilo così puro, dall'aspetto così giovanile nella opulenza delle forme, con un dito sul libro aperto del destino; Isaia, dalla bocca tumida, nunzia di vero, gonfiata dalle bragi ardenti, superbo, colla faccia dissimulata per metà ed una mano tesa in gesto di comando; la Sibilla Cumana, spaventosa visione di scienza e di vecchiaia, rimasta salda come una roccia, colla faccia grinzosa, il naso di rapina, il mento sporgente e caparbio; Gionata vomitato dalla balena, schizzato in uno scorcio straordinario, col torso sviato, le braccia ripiegate, la testa arrovesciata, la bocca spalancata a gridare ? e gli altri, gli altri tutti di quella stessa famiglia grande e maestosa, che regnava coll'impero della salute perenne e della perenne intelligenza, incarnando il sogno di un'umanità indistruttibile, più forte e più nobile delle nostre.
E dappertutto, negli archi delle finestre, nelle lunette, sorgevano ancora, si accalcavano, numerose, altre figure, ricche di bellezza, di forza e di grazia: gli antenati del Cristo, le madri pensose coi bei bambini ignudi, gli uomini dallo sguardo profetico, fissato sull'avvenire, la stirpe punita, esausta, anelante il promesso Redentore; mentre nelle cupole interne dei quattro angoli, spiccavano, calde di vita, scene bibliche, le vittorie di Israele sullo spirito del male. Ed era finalmente l'affresco immenso dello sfondo, il Giudizio universale, col suo brulichìo di figure, così innumerevoli, che ci vogliono giorni e giorni per vederle bene, una turba atterrita, disperata, risorgente in un ardente soffio di vita, dai morti che gli angeli dell'Apocalisse risvegliano, coll'impetuoso appello della tromba, fino ai reprobi che i demoni gettano all'inferno, in grappoli di figure atterrite, fino a Gesù giustiziere, circondato dai suoi apostoli e dai suoi santi, fino agli eletti beati che salgono, sostenuti da angeli, mentre più in su ancora, altri angeli reggenti gli strumenti della Passione, trionfano in piena apoteosi.
Eppure, sopra quella pagina gigantesca dipinta trent'anni dopo, nella maturità della vita, la vôlta serba il suo slancio lirico, la sua superiorità assoluta, perchè è in lei che l'artista ha posto il suo impeto vergine, tutta la sua giovinezza, tutto il primo divampare del suo genio.
Allora Pietro trovò una parola sola: Michelangelo era il gigante, il mostro che dominava tutto, che sorpassava tutto.
E per assicurarsene bastava vedere, sotto l'immensità della sua opera, i lavori del Perugino, del Pinturicchio, del Rosselli, del Signorelli, del Botticelli, gli affreschi anteriori e mirabili che si svolgono sotto il cornicione, attorno alla cappella.
Narciso non aveva alzato gli occhi verso lo splendore fulminante della vôlta. Venendo meno per l'estasi, non staccava lo sguardo dal Botticelli, di cui vi sono tre affreschi colà. Finalmente parlò con un murmure:
- Ah! Botticelli, Botticelli! L'eleganza e la grazia della passione che soffre, il senso profondo della tristezza nella voluttà! Le nostre anime moderne, divinate e trascritte col fascino più perturbante che sia mai spirato da una creazione artistica!
Stupefatto, Pietro lo esaminava. Poi si arrischiò a domandare:
- Venite qui per vedere Botticelli?
- Ma certo ? rispose il giovane con fare tranquillo. ? Non vengo che per lui, durante delle ore, ogni settimana e non guardo assolutamente che lui... Qua! Studiate un po' queste figure: Mosè e le figlie di Jethro. Non è l'opera più penetrante che la tenerezza e la malinconia umana abbiano prodotta?
E continuò, con un lieve tremito religioso nella voce, col fare del sacerdote che penetra, con un brivido, nel mistero dolce e perturbante del santuario.
- Ah! Botticelli, Botticelli! La donna di Botticelli, col viso lungo, sensuale ed ingenuo, il corpo un po' grosso, sotto il sottile drappeggio, l'atteggiamento nobile, snello, pieno di slancio, in cui tutta la persona si abbandona. I giovinetti, gli angeli di Botticelli, belli come donne, esseri di sesso equivoco, in cui la forza dei muscoli si associa ad una delicatezza infinita di contorni, esseri accesi tutti quanti da una fiamma di desiderio, di cui si porta via con sè l'ardore! Ah! le bocche del Botticelli, quelle bocche carnose, sode come frutta mature, ironiche o addolorate, così enigmatiche nelle loro linee sinuose, che non si può sapere se, tacendo, suggellano in sè delle parole di purezza o delle turpitudini! Gli occhi del Botticelli, occhi di languore, di passione, di estasi mistica o voluttuosa, spiranti, alle volte, un dolore così profondo nella gioia, che non ne sussistono al mondo di più imperscrutabili, che non se ne aprono di più misteriosi sul nulla della vita umana! E le mani del Botticelli, così accurate, così lavorate, mani che sono piene di vita intensa, scherzando all'aria libera, intrecciandosi, baciandosi e parlandosi, con una tal ricerca della grazia che, alle volte, finiscono col diventare ammanierate, ma recanti ognora, con l'espressione propria, tutte le espressioni della voluttà e della sofferenza del tatto!
Eppure, nulla di effeminato o di falso; anzi, una specie di alterezza virile, un impeto appassionato ed orgoglioso che anima e travolge le figure, un rispetto assoluto della verità, lo studio dal vero, la coscienza ed un realismo corretto e nobilitato dalla geniale stranezza del sentimento e del carattere, stranezza che presta persino al brutto, l'indimenticabile trasfigurazione del fascino!
Lo stupore di Pietro cresceva, ed ascoltando Narciso, notava per la prima volta la sua ricercatezza un po' ammanierata, i suoi capelli biondi, tagliati alla fiorentina, i suoi occhi azzurri, chiarissimi, che si facevano ancora più pallidi nel fervore dell'ammirazione.
- Certo ? disse infine ? Botticelli è un artista meraviglioso... Soltanto mi pare che qui, Michelangelo...
Con gesto quasi violento, Narciso lo interruppe:
- Ah! no, no! Non mi parlate di colui! Ha sciupato tutto, colui, tutto! Un uomo che si attaccava all'opera come un bue all'aratro e che faceva il lavoro, come un manovale, a tanti metri al giorno! Ed un uomo senza mistero, senza ignoto, che vedeva tutto tanto in grande, da disgustare della bellezza. Degli uomini simili a tronchi d'alberi, delle donne simili a beccaie gigantesche, delle masse di carne stupida, senza nessun al di là di anime divine ed infernali. Un muratore, se volete! sì, un muratore gigante, ma nulla di più!
Ed, inconsciamente, erompeva in lui, in quel cervello d'uomo moderno esaurito, complicato, traviato dalla ricerca dell'originale e dell'eccezionale, l'odio funesto della salute, della forza, della potenza. Era il nemico, quel Michelangelo, che generava senza sforzo, che aveva lasciato in retaggio la creazione la più prodigiosa che artista abbia mai lasciato quaggiù.
Questo era il delitto, creare, produrre della vita, ed a tal punto che tutte le piccole creazioni degli altri, anche le più squisite, fossero sommerse, sparissero in quell'onda traboccante di creature, gettate vive sotto il sole.
- Affè mia! ? dichiarò Pietro coraggiosamente ? non sono del vostro parere. Ho compreso or ora che, in arte, la vita è tutto e che l'immortalità non appartiene veramente che alle creature. Il caso di Michelangelo mi sembra decisivo, poichè egli è il maestro sovrumano, il gigante che schiaccia tutti gli altri, in grazia di quella straordinaria creazione di carne, palpitante di vita e stupenda, che ferisce la vostra delicatezza. Eh! via, i curiosi, gli spiriti amanti della grazia, i raffinati sottilizzino a loro posta sull'equivoco e sull'invisibile, ripongano pure il sapore più squisito dell'arte nella scelta della linea ammanierata e nella semioscurità del simbolo; Michelangelo resta, comunque, l'onnipotente, il creatore d'uomini, il maestro della chiarezza, della semplicità e della salute, un maestro eterno come la vita stessa!
Narciso, allora, si limitò a sorridere, con sprezzo indulgente e cortese. Non era da tutti l'andar a sedere, per ore, davanti al Botticelli, senza mai alzar gli occhi per vedere i Michelangeli.
E tagliò corto alla discussione, dicendo:
- Sono già le undici. Mio cugino doveva farmi chiamare qui, appena poteva riceverci e stupisco di non aver veduto nessuno finora... Volete salire alle camere di Raffaello, frattanto?
In quella stanza, Narciso fu perfetto, ebbe idee molto chiare e giuste su quelle opere, recuperando la sua intelligenza disinvolta, ora che non era più eccitato dal suo odio delle imprese gigantesche e della decorazione geniale.
Sfortunatamente, Pietro usciva dalla Cappella Sistina e gli convenne sciogliersi dalla stretta del gigante, dimenticare quello che aveva veduto poco fa ed abituarsi a quello che vedeva ora, per assaporarne la pura bellezza. Era come un vino troppo forte che lo aveva intontito e gli impediva di gradire poi quest'altro vino, più leggero e delicato di profumo.
Qui l'ammirazione non colpisce come la folgore: ma il fascino opera con forza lenta ed irresistibile. E' Racine accanto a Corneille, Lamartine accanto a Hugo, il paio che ricompare in eterno, la coppia della femmina e del maschio nei secoli di gloria. Con Raffaello trionfano la nobiltà, la grazia, la linea squisita e corretta, di un'armonia divina, e non è più soltanto il simbolo materiale, orgogliosamente tratteggiato da Michelangelo ? è un'analisi psicologica di profonda acutezza, innestata nella pittura. L'uomo vi appare più idealizzato, più raffinato, veduto più nell'interno.
E, tuttavia, se in Raffaello v'ha il sentimentale, il femmineo, in cui si indovina il fremere della tenerezza, v'ha anche in lui una grandissima e potentissima sicurezza di mestiere.
Pietro si abbandonava, a poco a poco, a quella potenza magistrale, conquiso da quell'eleganza virile ed estetica, commosso sino nelle più intime fibre da quella visione della suprema bellezza nella perfezione suprema. Ma, se la Disputa del Sacramento e la Scuola d'Atene, anteriori alle pitture della Cappella Sistina, gli parvero dei capi d'opera di Raffaello, sentì che "nell'incendio del Borgo" ed ancor più "nell'Eliodoro scacciato dal tempio" e "nell'Attila fermato alle porte di Roma" l'artista aveva perduto il fiore della sua grazia divina, impressionato dalla grandezza terribile di Michelangelo. Che colpo di fulmine quando la Cappella Sistina si aprì ed i due rivali vi entrarono!
Il gigante aveva procreato in basso, ed il più grande degli umani vi lasciava parte dell'anima sua, nè poteva mai più liberarsi dall'influenza subìta.
Poi Narciso condusse Pietro alla Loggia, a quella Galleria vetrata, così chiara e con decorazioni così graziose.
Raffaello era morto, e sui cartoni, lasciati da lui, non vi era che un lavoro di discepoli. Era un improvviso e totale naufragio. E Pietro non comprese mai meglio d'allora che il genio è tutto, e che quando esso scompare, la scuola si sommerge.
L'uomo di genio riassume l'epoca e diffonde, ad una data ora della civiltà, tutta la linfa del terreno sociale, che resta poi esaurito per secoli.
E si interessò maggiormente alla stupenda vista che si scorge dalla loggia, quando notò che aveva rimpetto, dall'altra parte della Corte di San Damaso, l'appartamento abitato dal papa. In fondo, la corte col suo portico, la sua fontana, il suo selciato bianco, si stendeva, chiara e nuda, sotto l'ardore del sole. In quei luoghi non vi era assolutamente nulla dell'ombra, del mistero raccolto e religioso, che i dintorni delle vecchie cattedrali del Nord gli avevano fatto sognare.
A destra ed a sinistra della scalinata che conduceva dal papa e dal cardinale segretario, stavano cinque carrozze in fila, coi cocchieri stecchiti a cassetta, i cavalli immobili nella vivida luce; e non un'anima popolava il deserto del vasto cortile quadrato, sotto i tre piani di gallerie vetrate, simili ad una serra immensa, e lo splendore dei vetri, la tinta fulva della pietra, pareva indorassero la nudità del selciato e della facciata in una specie di maestà solenne da tempio pagano, consacrato al Dio del sole.
Ma quello che colpì ancor maggiormente Pietro, fu il portentoso panorama di Roma che si svolge sotto le finestre del Vaticano. Non vi aveva pensato, ed ora soltanto gli balenava all'improvviso l'idea che, dalla sua finestra, il papa vedeva quasi tutta Roma, stesa davanti a lui e raccolta come se gli bastasse stendere la mano per riaverla.
Ed egli si saziò a lungo gli occhi ed il cuore di quello spettacolo indescrivibile, perchè voleva portarlo via con sè, custodirlo nell'anima, fremendo delle fantasticherie infinite che evocava.
Nella sua contemplazione, un suono di voci gli fece voltare la testa e vide un servitore in livrea nera, il quale, comunicato un messaggio a Narciso, gli faceva un profondo saluto.
Il giovane si avvicinò al prete, con fisionomia molto indispettita.
- Mio cugino, monsignor Gamba del Zoppo, mi fa dire che non può riceverci questa mattina. E' impegnato, a quanto pare, per un servizio impreveduto.
Si indovinava però dal suo imbarazzo che egli non credeva a quella scusa e cominciava a sospettare il parente di aver paura di compromettersi, avvertito e sgomentato probabilmente da qualche buon'anima, il che lo sdegnava, essendo egli servizievole e molto coraggioso.
Finì col sorridere, dicendo:
- Date retta: v'ha forse un modo di forzar la porta... Se potete disporre del dopopranzo, faremo colazione assieme, poi torneremo a visitare il Museo delle antichità, e finirò, credo, coll'acchiappare mio cugino, tacendo che possiamo avere la buona ventura di incontrare il papa stesso, se scende nei giardini.
All'annunzio che l'udienza era prorogata, Pietro aveva sentito una viva delusione. La sua giornata essendo libera, accettò quindi volontierissimo l'offerta.
- Siete troppo buono, e temo di abusare; mille grazie!
Fecero colazione rimpetto a San Pietro stesso, nel piccolo ristorante del Borgo, di cui i pochi avventori sono quasi tutti pellegrini. Vi si mangia malissimo, del resto.
Poi verso le due fecero il giro della basilica per la piazza della Sagristia e la piazza Santa Marta, per giunger di dietro all'ingresso del Museo. Era un luogo chiaro, deserto e infuocato, dove il giovane prete ritrovò, decuplata, la sensazione di maestà nuda e selvaggia, come arsa dal sole, che aveva avuto nel guardare la corte di San Damaso. Ma quando ebbe fatto il giro della gigantesca abside del colosso, ne comprese maggiormente l'immensità, tutta una vegetazione di architetture riunite, attorno a cui si stendevano gli spazi vuoti del selciato, dove cresceva un'erba finissima. In quell'immensità muta non v'erano che due bambini che giuocavano all'ombra d'un muro.
L'antico palazzo della Moneta dei Papi, la Zecca, diventata italiana e custodita da soldati del re, si trova a sinistra del passaggio che conduce al Museo, mentre rimpetto, a destra, si apre una delle porte d'onore del Vaticano, dove stanno delle guardie svizzere; ed è da questa parte che passano le carrozze a due cavalli le quali, secondo l'etichetta, conducono nella Corte di San Damaso i visitatori del cardinale segretario e di Sua Santità.
Seguirono il lungo passaggio, la via che sale tra una delle ali del palazzo ed il muro dei giardini pontifici. E giunsero finalmente al Museo delle antichità. Ah! quel Museo immenso, in cui s'aprono sale e sale, di cui non si vede la fine, quel Museo che ne racchiude tre: l'antichissimo Museo Pio-Clementino, il Museo Chiaramonti ed il Braccio-Nuovo, un mondo intero ritrovato nel grembo della terra, dissepolto, glorificato ora in piena luce! Il giovane prete lo percorse per più di due ore, passando da una sala all'altra, abbagliato dai capolavori, sbalordito da tanto genio e da tanta bellezza.
Non erano soltanto le cose celebri che lo facevano strabiliare, il Laocoonte, l'Apollo del Belvedere, nè il Meleagro, nè il torso di Ercole. Egli era specialmente affascinato dall'insieme, dalla quantità innumerevole delle Veneri, dei Bacchi, degli imperatori e delle imperatrici deificate, da tutta quella stupenda fioritura di belle carni, di carni auguste che celebravano l'immortalità della vita. Tre giorni prima aveva visitato il Museo Capitolino, dove aveva ammirato la Venere, il Gallo moribondo, gli stupendi centauri di marmo nero, la collezione straordinaria di busti.
E qui rinasceva in lui la stessa ammirazione, decuplata fino allo stupore dalla ricchezza impareggiabile delle sale. E più vago forse di vita che di arte, indugiò di nuovo davanti ai busti in cui risuscita con tanta verità la Roma storica, quella Roma che non arrivò certamente alla bellezza ideale della Grecia, ma generò tanta vita.
Sono là tutti gli imperatori, i filosofi, i sapienti, i poeti, e vivono tutti, con intensità portentosa, appunto come erano, studiati e riprodotti scrupolosamente dall'artista, nelle loro deformità, le loro tare, le menome particolarità dei loro tratti; e da quella cura eccessiva del vero, scaturisce l'impronta caratteristica, in una evocazione d'efficacia incomparabile.
Nulla di più grande; sono gli uomini stessi che rivivono, correggendo la storia, quella storia falsa di cui l'insegnamento basta a far abborrire l'antichità da intere generazioni di scolari.
Una volta veduti quei busti, invece, oh! come la si comprende quell'antichità, come si simpatizza con lei!
E perciò, i menomi frammenti di marmo, le statue infrante, i bassorilievi in pezzi, persino un solo membro, braccio divino di ninfa, o coscia robusta di satiro, evocano lo sfolgorìo di una civiltà tutta luce, grandezza e forza.
Narciso ricondusse Pietro nella Galleria dei Candelabri, lunga cento metri, dove si trovano dei bellissimi capi di scultura.
- Ascoltate, caro abate, sono appena le quattro; sediamo qui un momento, perchè, a quanto mi dicono, capita alle volte che il Santo Padre vi passi per scendere nei giardini... Sarebbe una vera fortuna se poteste vederlo e forse parlargli, chi sa? Ad ogni modo riposate un pochino, perchè dovete avere le gambe rotte.
Habert era conosciuto da tutti i guardiani, la sua parentela con monsignor Gamba del Zoppo aprendogli le porte del Vaticano, dove gli piaceva passar delle intere giornate. Trovarono due seggiole e vi si stabilirono, cominciando subito parlare di cose artistiche.
Ah! quella Roma che destino straordinario, che sovranità regale e magnifica è la sua! Sembra che essa sia un centro verso cui il mondo intero converge, ma dove nulla sorge dal suolo stesso, colpito di sterilità, fino dai primordii. Bisogna trapiantarvi le arti, trapiantarvi il seme dei popoli vicini che, dopo, vi fiorisce mirabilmente.
Sotto gli imperatori, quand'essa è la regina del mondo, la bellezza dei suoi monumenti e della sua scultura le viene dalla Grecia.
Più tardi, quando il cristianesimo nasce, resta pervaso di paganesimo presso di lei; ed è in altro paese, in altro terreno, che fa sorgere l'arte gotica, l'arte cristiana per eccellenza.
Più tardi ancora, all'epoca del Rinascimento, è bensì a Roma che risplende il secolo di Giulio secondo e di Leone decimo; ma sono gli artisti della Toscana e dell'Umbria che preparano il movimento, e ne portano a Roma lo slancio portentoso.
Per la seconda volta, l'arte le viene dal di fuori, e le dà la sovranità del mondo, assumendo presso di lei una maestà vittoriosa. Allora, l'antichità si ridesta in modo fenomenale: sono Apollo e Venere redivivi, adorati dai papi stessi, i quali, da Nicolò quinto in poi, sognano di rendere la Roma papale eguale in splendore alla Roma dei Cesari. Dopo i precursori così schietti, così dolci e così forti, Fra Angelico, il Perugino, Botticelli e cento altri, appariscono le due sovranità, Michelangelo e Raffaello, il sovrumano ed il divino; poi la caduta è violenta, bisogna aspettare centocinquant'anni per giungere al Correggio(1) ? a tutto quello che la scienza della pittura ha potuto conquistare, in difetto del genio: il colore e la potenza della forma. Poi, la decadenza continua fino al Bernini, il quale è il trasformatore, il vero creatore dell'attuale Roma dei papi, il portentoso fanciullo che sino dal ventesimo anno creava tutt'una stirpe di gigantesche figlie di marmo, l'architetto universale, di cui la spaventosa attività ha compiuto la facciata di San Pietro, eretto le colonne, ornato l'interno della basilica, edificato delle fontane, delle chiese, dei palazzi innumerevoli.
E quest'è la fine assoluta, poichè da allora in poi, Roma è uscita a poco a poco dalla vita, si è staccata sempre più dalla società moderna, come se lei, che ha sempre vissuto alle spese delle altre città, morisse pel rammarico di non poter più togliere nulla agli altri, per formarsene una nuova gloria.
- Il Bernini, oh! lo squisito Bernini ? continuò a mezza voce Narciso, col suo fare estatico. ? Il Bernini così potente e delicato, con l'estro sempre pronto, con un'ingegnosità sempre desta, una fecondità piena di grazia e di magnificenza!... Il loro Bramante! Il loro Bramante! Ebbene poniamo che col suo capo d'opera, la sua corretta e fredda Cancelleria, sia stato il Michelangelo ed il Raffaello dell'architettura e non ne parliamo più!
Ma il Bernini, l'eletto Bernini di cui il preteso cattivo gusto racchiude maggior delicatezza e raffinatezza che la grandiosità e la perfezione degli altri!
L'anima del Bernini, profonda e complessa, in cui tutta l'età nostra dovrebbe ritrovarsi, la sua arte in cui predomina un manierismo così trionfale, una ricerca dell'artifizio così perturbante e così svincolata dalla bassezza della realtà!...
Andate un po' alla villa Borghese a vedere il gruppo di Apollo e Dafne, fatto da lui a diciotto anni e, sopratutto, andate a vedere la sua Santa Teresa in estasi e Santa Maria della Vittoria! Ah! quella Santa Teresa! Il cielo dischiuso, il fremito che la voluttà divina può mettere nelle vene di una donna, la dolcezza della fede spinta sino allo spasimo, la creatura terrena che perde il respiro e muore di piacere fra le braccia del suo Dio!... Ho passato ore ed ore davanti a lei, senza mai esaurire l'infinito ricercato ed appassionato di quel simbolo.
La sua voce si spense, ma Pietro che non stupiva più ora del suo odio sordo ed inconsapevole contro la salute, la semplicità e la forza, gli badava appena, assorto nell'idea da cui si sentiva sempre più invaso: la Roma pagana che risuscitava nella Roma cristiana facendone la Roma cattolica, il nuovo centro politico, gerarchico e dominatore del governo dei popoli.
Era mai stata cristiana quella Roma all'infuori dell'età primitiva delle catacombe?
I pensieri sorti in lui sul Palatino, sulla via Appia ed a San Pietro si ridestavano ora: era una convinzione sempre più evidente.
E quella mattina stessa, nella cappella Sistina e nella sala della Segnatura, aveva compreso, nello sbalordimento in cui lo gettava l'ammirazione, la nuova conferma recata dal genio alla sua ipotesi.
Certo, in Michelangelo e Raffaello il paganesimo non ricompariva che trasformato dallo spirito cristiano. Ma non era la base di tutto? Le nudità gigantesche di Michelangelo non venivano dal cielo terribile di Jehova, veduto attraverso l'Olimpo?
Le figure ideali di Raffaello non lasciavano trapelare, sotto il casto velo della Vergine, le carni stupende e provocanti della Venere?
Ed ora Pietro ne aveva coscienza, nella sua prostrazione si insinuava un po' di turbamento, perchè quelle belle forme, profuse dappertutto, quelle nudità che esaltavano l'ardente passione del vivere, erano in antagonismo col sogno fatto da lui nel suo libro: il cristianesimo ringiovanito che diffonde la pace sulla terra, il ritorno alla semplicità, alla purezza dei tempi primitivi.
Ad un tratto fu sorpreso di accorgersi che Narciso, passando ad altro, per una transizione di cui egli non aveva potuto cogliere il nesso, gli dava dei particolari sulla vita quotidiana di Leone terdicesimo.
- Oh! caro abate, egli, ha, ad ottantaquattro anni, una attività da giovanotto, conduce una vita così energica ed operosa che nè voi, nè io, potremmo durarla. Fin dalle sei è in piedi, dice messa nella sua cappella particolare, prendendo un po' di latte per colazione. Poi, dalle otto a mezzogiorno, un ininterrotto sfilare di cardinali, di prelati, che gli espongono tutti gli affari delle Congregazioni; e vi so dir io che sono incredibilmente numerosi e complicati. A mezzogiorno, per lo più, vi sono le udienze pubbliche, o collettive. Alle due il papa desina. Viene poi la siesta, che egli si è veramente guadagnata, poi il giro dei giardini fino alle sei. Le udienze particolari lo occupano alle volte per un'ora o due. Cena alle nove e mangia appena, vivendo di nulla, sempre al suo piccolo desco. Che ne dite, eh! dell'etichetta che lo condanna a quella solitudine? Un uomo che da diciotto anni non ha avuto un commensale, vivendo eternamente solo nella sua maestà! Ed alle dieci, appena detto il rosario coi famigliari, si chiude in camera sua. Ma, se pure si corichi, dorme poco, e, preso da frequenti insonnie, torna ad alzarsi e chiama un segretario per dettargli degli appunti, delle lettere. Quando un affare interessante lo occupa, vi si dà corpo ed anima, vi pensa senza posa. E questa è la sua vita, la sua salute; un'intelligenza sempre desta, sempre all'opera, un'energia ed uno spirito di comando che hanno bisogno di espandersi... Lo sapete, non è vero, che per molto tempo ha coltivato con amore la poesia latina? Credo anche che abbia avuto la passione del giornalismo nelle sue ore di lotta, a segno di ispirare gli articoli dei giornali che sovvenzionava, e persino, a quanto dicono, di dettarne qualcuno, quando le sue idee più care erano in giuoco.
Vi fu una pausa.
Ogni minuto, in quella immensa galleria dei Candelabri, deserta e solenne, in mezzo ai marmi immobili e di una bianchezza spettrale, Narciso sporgeva la testa per vedere se il piccolo corteo del papa sboccasse dalla galleria degli Arazzi, per sfilare davanti a loro, recandosi nei giardini.
- Saprete, eh? ? riprese ? che lo si porta sopra una seggiolina tanto stretta da poter passare per tutte le porte. E che viaggio! Quasi due chilometri attraverso alle loggie, le stanze di Raffaello, le gallerie di pittura e di scultura, senza contare le numerose scale, tutt'una passeggiata interminabile prima che lo si posi, abbasso, in un viale dove il calesse a due cavalli lo aspetta. Il tempo è bellissimo, questa sera. Egli verrà senza fallo.
E, mentre Narciso gli dava questi particolari, Pietro, in attesa anch'esso, vedeva tutta la storia del Papato rivivere davanti a lui.
Erano, anzitutto, i papi moderni e fastosi del Rinascimento, quelli che avevano risuscitato con passione l'antichità, sognando di drappeggiare la Santa Sede della porpora dell'Impero: Paolo secondo, il veneziano magnifico che aveva eretto il palazzo di Venezia; Sisto quarto, a cui si deve la Cappella Sistina, e Giulio secondo e Leone decimo che fecero di Roma una città di pompe teatrali, di feste portentose, di tornei, di balli, di caccie, di mascherate e di conviti.
Il Papato aveva ritrovato sotterra l'Olimpo, sepolto nella polvere dei ruderi: e, quasi inebriato da quell'onda di vita che rifluiva dal vecchio terreno, creava dei musei, ricostituendo in essi i templi maestosi del paganesimo, resi al culto dell'ammirazione universale.
La Chiesa non aveva mai attraversato un pericolo più grave, poichè, se si continuava ad onorare Cristo a San Pietro, Giove e tutti gli Dei e tutte le Dee di marmo, dalle belle carni superbe, troneggiavano nelle sale del Vaticano.
Poi un'altra visione passava davanti a lui: quella dei papi moderni, prima dell'occupazione italiana, Pio nono ancora libero che usciva spesso nella sua buona città di Roma.
Il pesante carrozzone rosso ed oro, tirato da sei cavalli, era circondato dalla guardia svizzera, e seguito da un pelottone di guardie nobili.
Ma qualche volta, pel Corso, il papa scendeva di carrozza e continuava la sua passeggiata a piedi; ed allora alcune guardie a cavallo galoppavano davanti, per avvertire la gente e farla fermare.
Subito, le carrozze si tiravano in disparte, gli uomini scendevano per inginocchiarsi in terra, mentre le donne, rimaste in piedi, chinavano devotamente il capo all'avvicinarsi del Santo Padre, il quale se ne andava così, a passo lento, colla sua Corte fino alla piazza del Popolo, sorridendo e diffondendo benedizioni.
Ed ora veniva Leone tredicesimo, condannato a prigionia volontaria, chiuso da diciotto anni nel Vaticano, dove assumeva una maestà più grandiosa, una specie di mistero sacro e formidabile, dietro le alte mura silenziose, nell'ombra di quell'arcano, in cui scorreva la vita ascosa di ognuna delle sue giornate. Ah! quel papa che non si incontra più, che non si vede più, quel papa dissimulato alla comune degli uomini, simile ad una di quelle divinità terribili che soltanto i sacerdoti osano guardare in faccia!
E si è imprigionato in quel Vaticano sontuoso che i suoi antenati nel Rinascimento avevano eretto e adornato per delle feste colossali. E vive colà, lontano dalle turbe, prigioniero con gli uomini mirabili e le mirabili donne di Michelangelo e di Raffaello, cogli Dei e le Dee di marmo, l'Olimpo sfolgorante, che celebra attorno di lui la religione della gioia e della vita.
Tutto il Papato vi si immerge con lui nel paganesimo.
Che spettacolo, quando quell'esile vecchio, di una casta bianchezza, se ne va lungo la galleria del Museo antico per recarsi ai giardini!
A destra ed a sinistra, le statue lo guardano, mentre passa fra la pompa delle loro carni ignude, e Giove, Apollo, Venere la dominatrice, Pane, il Dio universale di cui il riso suona l'inno delle gioie terrene, tutti lo guardano. Nell'onda diafana si tuffano le Nereidi, le Baccanti si sollazzano, senza velo, tra le erbe calde. I centauri galoppano, portando sulle groppe fumanti delle belle fanciulle svenute. Arianna è sorpresa da Bacco, Ganimede accarezza l'aquila, Adone incendia le coppie della sua fiamma. Ed il bianco vegliardo se ne va sempre, cullato sulla bassa seggiolina, in mezzo a quel trionfo della carne, in mezzo a quelle nudità messe in mostra, glorificate, che proclamano l'onnipotenza della natura, della materia sempiterna.
Dacchè l'hanno ritrovata, dissepolta, onorata, la materia regna di nuovo colà, imperitura ? ed invano hanno messo delle foglie di vite alle statue, invano hanno vestito le figure di Michelangelo; il sesso sfolgora, la vita trabocca, la linfa circola a torrenti nelle vene del mondo.
Ma lassù, nella Biblioteca vaticana, incomparabilmente ricca, in cui dorme tutta la scienza umana, sarebbe un pericolo ancora maggiore, una esplosione che porterebbe via il Vaticano, e perfino San Pietro, se un giorno i libri si svegliassero anch'essi e parlassero ad alta voce, come parlano la bellezza delle Veneri e la virilità degli Apolli.
Ma il bianco vegliardo, così diafano, pare che non veda, che non oda, e le teste colossali dei Giovi, ed i torsi degli Ercoli, e le Antinoi dalle anche equivoche continuano a guardarlo, mentre passa.
Impaziente, Narciso si decise ad interrogare un custode, il quale gli affermò che Sua Santità era già scesa.
Infatti, per abbreviare la via, passava spesso da una piccola galleria coperta che sbocca davanti alla Zecca.
- Scendiamo anche noi, eh? ? domandò a Pietro. ? Procurerò di farvi visitare i giardini.
Giù, nell'atrio, una delle cui porte dava sopra un largo cortile, Habert tornò a discorrere con un altro custode, un ex soldato pontificio, che conosceva particolarmente. Subito, questi lo lasciò passare col compagno, ma non potè affermargli che monsignore Gamba del Zoppo accompagnasse Sua Santità quel giorno.
- Non importa ? riprese Narciso, quando si trovarono soli in un viale ? non dispero ancora di un felice incontro... E, vedete, ecco i famosi giardini del Vaticano. Sono vastissimi, il papa può farvi quattro chilometri, attraverso ai viali del bosco, passando fra le vigne e l'orto.
Quei giardini occupano la sommità del colle Vaticano, che l'antico muro di Leone quarto cinge ancora di tutte le parti, il che li isola dalle valli vicine come una rocca sopra i suoi spalti.
Altre volte quel muro giungeva fino al Castel Sant'Angelo, e quella parte di Roma veniva detta la città Leonina.
Nulla li domina: nessun sguardo curioso vi può scendere, se non dalla cupola di San Pietro, di cui la mole immensa vi getta la sua ombra nei torridi giorni di estate.
Quei giardini sono, del resto, un mondo intero, un insieme svariato e complesso, che ogni papa s'è piaciuto ad abbellire: prima un grande spianato con prati regolari, dove sorgono due bei palmizii, e molti vasi di aranci e di limoni; poi un giardino più vasto, più ombreggiato, dove, tra fitti viali di carpini, si trova l'Aquilone, la fontana di Giovanni Visanzio e l'antico casino di Pio quarto; vengono poi i boschi con roveri stupendi, macchie di platani, di acacie e di pini, divisi da larghi viali, dilettosi per le lente passeggiate; ed infine, a sinistra, dopo altre macchie, l'orto ed il vigneto, un vigneto molto ben coltivato.
Mentre camminavano nel bosco, Narciso narrava a Pietro la vita del papa in quei giardini. Quando il tempo lo concede, egli vi passeggia un giorno sì, un giorno no.
Anticamente, i papi lasciavano il Vaticano in maggio per recarsi al Quirinale più fresco e più salubre e andavano poi a passare la stagione del gran caldo a Castel Gandolfo, sulle rive del lago d'Albano.
Oggi il Santo Padre non ha più per residenza estiva, che una torre dell'antico recinto di Leone quarto, torre quasi intatta. Viene ad abitare colà nelle giornate più calde. Anzi, le ha fatto costruire allato una specie di padiglione per alloggiarvi il suo seguito e abitarvi stabilmente.
E Narciso, come familiare, vi entrò liberamente, e potè ottenere che Pietro gettasse un'occhiata nell'unica stanza, occupata da Sua Santità, una gran sala rotonda, dal soffitto semisferico, dove è dipinto un cielo con le figure simboliche delle costellazioni di cui una, il Leone, ha per occhi due stelle che uno speciale congegno fa scintillare di notte.
Le mura sono di un tale spessore che, condannando una delle finestre, s'è potuto formare, nel vano, una specie di camera, dove si trova un lettuccio. D'altronde non vi sono altri mobili che una grande scrivania, una tavola più piccola pei pasti, una larga poltrona regale, tutt'indorata, uno dei doni del giubileo episcopale. E nelle giornate di solitudine, di silenzio assoluto, si sogna di quella sala bassa da torrione, fresca come un sepolcro, quando i torridi solleoni di luglio e di agosto ardono, laggiù, nella Roma annichilita.
Poi venivano altri particolari.
In un'altra torre che si scorge fra il verde, sormontata da una cupola bianca, s'è stabilito un osservatorio.
V'ha anche, sotto gli alberi, una casina svizzera, in cui Leone tredicesimo si piace a riposare.
Alle volte va a piedi fino all'orto e si interessa specialmente del vigneto, che visita per vedere se l'uva matura, se il raccolto sarà bello.
Ma quello che fece maggiormente stupire il giovane prete fu l'udire che il Santo Padre era un appassionato cacciatore quando l'età non lo aveva ancora indebolito. Aveva un'immensa passione pel roccolo.
Al limitare di un bosco, lungo un viale, si stendono delle reti a larghe maglie, che per tal modo fiancheggiano e chiudono il viale dai due lati.
In mezzo, per terra, si mettono le gabbie degli uccelli di richiamo, di cui il canto attira in breve gli uccelli del vicinato, pettirossi, capinere, usignoli, fringuelli di ogni specie.
E quando s'era raccolto colà uno stormo immenso, Leone tredicesimo, seduto in disparte a spiarli, batteva palmo a palmo, spaventando all'improvviso gli uccelli, i quali prendevano il volo, impigliandosi colle ali nelle larghe maglie della rete.
Non v'era più altro da fare che raccoglierli, poi soffocarli, con lieve pressione del pollice.
I beccafichi arrostiti sono un boccone delizioso.
Mentre tornavano dal bosco, Pietro ebbe un'altra sorpresa. Capitò sopra una grotta di Lourdes, riprodotta in piccolo, con dei pezzi di rupe e blocchi di cemento.
E ne fu così commosso che non potè dissimularlo al compagno.
- E' dunque vero?... Me l'avevano detto, ma io mi figuravo il Santo Padre più intellettuale, svincolato da certe grossolane superstizioni...
- Oh! ? rispose Narciso ? credo che quella grotta dati da Pio nono che aveva una speciale gratitudine per la Madonna di Lourdes. Ad ogni modo, dev'essere un regalo, e Leone tredicesimo si limita a farla mantenere in buono stato.
Pietro restò immobile e silenzioso per alcuni minuti davanti a quella riproduzione, a quel balocco infantile della fede.
Alcuni visitatori avevano lasciato, per fervore religioso, il loro biglietto da visita nei crepacci del cemento.
E fu per Pietro una grande tristezza. Seguì il compagno colla testa bassa, assorto in una dolorosa fantasticheria sulla miseria imbecille di questo mondo.
Poi, nell'uscire dal bosco, alzò di nuovo gli occhi. Gran Dio! Come era delizioso quel declinare di una bella giornata e che fascino invincibile saliva dalla terra, in quella parte mirabile dei giardini!
Più che sotto le ombre melanconiche del bosco, più che sotto i vigneti fecondi, egli sentiva tutta la forza della potente natura in quello spiazzo brullo, deserto, maestoso ed imponente.
Sotto i prati radi sorgevano appena ad ornare con simmetria i riparti quadrati segnati dai viali alcuni piccoli arboscelli, rosai nani, aloe, poche ciocche di fiori semidisseccati, ed i verdi cespugli figuravano ancora, secondo il gusto barocco di una vôlta, lo stemma di Pio nono.
Il silenzio grave dell'afa era rotto solo dal lieve murmure cristallino dello zampillo centrale, una pioggia di goccie che ricadeva perpetuamente da una vasca.
Pareva che Roma intera, col suo cielo ardente, la sua grazia sovrana, la sua voluttà trionfale, pervadesse dell'anima sua quel largo mosaico di verzura, quei disegni angolari, di cui il semi-abbandono, la brulla nudità, arsa dal solleone, assumevano una alterezza melanconica, nel fremito antichissimo di una smania di vita e di passione che nulla poteva spegnere.
Dei vasi antichi, delle statue antiche, di una nudità candida sotto la luce del tramonto, sorgevano lungo lo spiazzo.
E, più forte che l'odore dei pini e degli eucalipti, più acuto che l'aroma delle melarancie maturanti, spiccava un odore speciale, quello dei bossi amari, così pregni di vita ardente che turbava i sensi, come l'odore stesso della virilità di quel vecchio terreno, saturo di polvere umana.
- E' molto strano che non si sia incontrata finora Sua Santità ? diceva Narciso. ? Probabilmente la carrozza avrà preso l'altro viale, mentre noi ci siamo fermati alla torre di Leone quarto.
Parlò di nuovo del cugino, Monsignor Gamba del Zoppo, spiegando che la funzione di coppiere del Papa, che gli toccava, essendo egli uno dei quattro camerieri segreti partecipanti, non era che una carica puramente onorifica ormai, specie dopo che i pranzi diplomatici ed i pranzi di consacrazione episcopale si davano alla Segreteria di Stato, dal cardinale segretario.
Monsignor Gamba del Zoppo, di cui la pusillanime nullità era leggendaria, pareva non avesse altro còmpito che quello di ricreare Leone tredicesimo che lo amava molto per le sue continue adulazioni e per gli aneddoti che ne otteneva su tutte le Società, la bianca e la nera.
Quell'omaccione amabile e servizievole fino a tanto che il suo interesse non si trovava in giuoco, era una vera gazzetta vivente, informato di tutto e non sdegnando neppure i pettegolezzi di cucina; per cui si avviava placidamente al cardinalato, certo di aver il cappello, senza pigliarsi altra briga che quella di venir a portare le novità nell'ora piacevole della passeggiata.
E Dio solo sapeva che ampia messe trovava da raccogliere in quel Vaticano chiuso, dove s'agita un tale sciame di prelati di ogni genere; in quella famiglia pontificia, senza donne, formata da vecchi celibatari in sottana, segretamente turbati da ambizioni immense, da conflitti sordi e turpi, da odii feroci, i quali, a quanto si dice, si spingevano talvolta sino al vecchio veleno del buon tempo antico.
Ad un tratto, Narciso si fermò.
- Guardate! Lo dicevo bene io. Ecco il Santo Padre... Ma non abbiamo fortuna. Non ci vedrà nemmeno, perchè si accinge a risalire in carrozza.
Infatti, il calesse si era portato al limitare del bosco, ed un piccolo corteo, che sboccava da un angusto viale, si dirigeva verso di esso.
Pietro aveva sentito un gran colpo al cuore.
Immobile come il compagno, e seminascosto sotto l'alto vaso di una pianta di limone non potè vedere che da lontano il bianco vegliardo, che, così esile nelle pieghe ondeggianti della sottana bianca, muoveva lentamente, con brevi passini che pareva scivolassero sulla sabbia.
Gli riuscì appena di discernere un visuccio magro di vecchio avorio diafano, reso caratteristico da un naso grande sopra una bocca sottile.
Ma gli occhi nerissimi brillavano di un sorriso di curiosità, mentre l'orecchio si piegava a destra, verso monsignor Gamba del Zoppo che, basso e pingue, rubicondo e dignitoso, gli stava probabilmente sussurrando la chiusa di qualche storiella.
Dall'altro lato, a sinistra, camminava una guardia nobile e due altri prelati chiudevano il piccolo corteo.
Non fu che l'apparizione di un quadretto di genere: già Leone tredicesimo saliva nel calesse chiuso.
E Pietro sentiva di nuovo, in mezzo a quel vasto giardino, infiorato e odoroso, lo stesso turbamento già provato da lui nella galleria dei Candelabri, quando aveva evocato il passaggio del papa tra gli Apolli e le Veneri, che facevano pompa della loro nudità trionfale.
Colà era l'arte pagana che celebrava l'eternità della vita, le forze superbe ed onnipotenti della natura.
E qui invece vedeva Leone tredicesimo in mezzo alla natura stessa, la più bella, la più voluttuosa, la più appassionata delle nature.
Ah! quel papa, quel bianco vegliardo che colla sua fede nel Dio del dolore, dell'umiltà e della rinunzia, errava pei viali di quei giardini d'amore, nelle sere languide dei torridi giorni d'estate, sotto le fragranze dei pini e degli eucalipti, delle melarancie mature e dei bossi amari, con cui Pane lo ravvolgeva negli effluvi sensuali della sua virilità.
Come era dolce la vita in quei luoghi, tra quella magnificenza di cielo e di terra, amando la bellezza delle donne, e rallegrandosi nella fecondità universale!
Ne irrompeva, come baleno, la verità decisiva, che in quel paese di luce e di gioia non poteva sorgere che una religione temporale di conquista e di impero politico, e non la religione mistica e dolorosa del cuore, una religione d'anime.
Ma già Narciso conduceva via il giovine prete, narrandogli altre storie, la bonarietà che Leone tredicesimo mostrava alle volte, fermandosi a discorrere coi giardinieri, ad interrogarli sullo stato degli alberi, sulla vendita delle melarancie, e l'amore che aveva avuto per due gazzelle, mandategli in dono dall'Africa, due gentili bestiole che gli piaceva di accarezzare e di cui aveva pianto la morte.
D'altronde, Pietro non gli dava più retta, e, quando si ritrovarono entrambi sulla piazza di San Pietro, si volse a guardare ancora una volta il Vaticano. I suoi occhi essendo caduti sulla porta di bronzo, ricordò che s'era chiesto, alla mattina, che cosa vi fosse dietro quelle imposte di metallo, guarnite di grossi chiodi a testa quadrata.
E non ardiva ancora rispondere alla propria domanda: non poteva decidere se i popoli novelli, cupidi di fraternità e di giustizia, vi troverebbero la religione aspettata dai democratici del domani, perchè non portava seco che una prima impressione.
Ma come quell'impressione era viva e che principio di disastro pel suo sogno! Una porta di bronzo, sì! una porta dura ed inespugnabile murava il Vaticano dietro alle sue lastre antiche, dividendolo così saldamente dal resto della terra, che da tre secoli nulla più vi penetrava, e dietro quella porta i secoli antichi rinascevano immutabili, sino al sedicesimo.
Il tempo vi si era, in certo modo, fermato per sempre: nulla più vi si agitava; neppure i costumi delle guardie svizzere, delle guardie nobili, dei prelati, erano cambiati, e si ritrovava là dietro il mondo di trecento anni fa, colla sua etichetta, i suoi costumi e le sue idee.
Se da venticinque anni i papi, per protesta altera, si imprigionavano volontariamente nei loro palazzi, la prigionia secolare nel passato, nella tradizione, risaliva a data ben più remota e presentava un pericolo ben maggiore. Tutto il cattolicismo aveva finito per trovarsi murato insieme ai papi, ostinandosi nei suoi dogmi, e non continuando a vivere che mercè la forza della sua vasta organizzazione gerarchica.
Questo non significava forse che, nonostante la sua apparente arrendevolezza, il cattolicismo non poteva cedere in nulla, sotto pena di essere travolto?
Eppoi che gente terribile: quanto orgoglio, quanta ambizione, quanti odii, quante lotte!
E che strana prigionia, che ravvicinamenti dietro quei chiavistelli, il Cristo in compagnia di Giove Capitolino, tutta l'antichità pagana che fraternizza con gli apostoli, tutti gli splendori del Rinascimento attorno a quel Pastore del Vangelo, il quale regna in nome dei poveri e dei semplici!
Il sole declinava sulla piazza di San Pietro, la dolce voluttà romana pioveva dal cielo limpido, ed il giovine prete restava smarrito dopo quella bella giornata, passata con Michelangelo, Raffaello, gli antichi ed il papa, nel più vasto palazzo del mondo.
- Basta, caro abate, scusatemi ? conchiuse Narciso. ? Ve lo confesso ora: suppongo che il mio bravo cugino non voglia compromettersi nel vostro affare... Gli parlerò di nuovo, ma farete bene di non contare molto su di lui.
Erano quasi le sei quando Pietro tornò, quel giorno, al palazzo Boccanera.
Di solito passava modestamente dalla viuzza, prendendo la porta della scaletta di cui aveva la chiave.
Ma aveva ricevuto quella mattina, dal visconte Filiberto de la Choue, una lettera che voleva comunicarne a Benedetta, e salì quindi dallo scalone, meravigliandosi di non trovar nessuno in anticamera.
Per solito, quando il servo doveva uscire, Vittorina vi si stabiliva, lavorando di cucito, familiarmente.
V'era bensì la sua seggiola, ed egli vide, sopra una tavola, la biancheria che aveva lasciata; ma se ne era andata probabilmente, ed egli si permise di penetrare nella prima sala.
Era quasi notte: il crepuscolo vi si diffondeva in ombre dolcissime, ed il prete restò colpito e non osò inoltrarsi, udendo nella sala vicina, la gran sala gialla, un suono di voci sgomente, degli urti, dei fruscii, tutt'un rumore di lotta.
Erano supplicazioni ardenti, framezzate da ruggiti d'ira.
E, ad un tratto, egli non esitò più e, quasi per impulso, inconsapevole, si spinse oltre, persuaso che qualcuno là entro si difendeva da un pericolo e stava per soccombere.
Quando entrò di slancio, fu un colpo di scena.
Vide Dario, vaneggiante, in preda ad un folle accesso di bramosia in cui tutto il sangue ardente dei Boccanera ribolliva nel suo esaurimento e nella sua eleganza da ultimo rampollo di razza condannata: e teneva Benedetta per le spalle, l'aveva rovesciata sopra un canapè, violentandola, volendola, bruciandole il volto col soffio delle sue parole.
- Per l'amor di Dio, diletta... Per l'amor di Dio, se tu non vuoi che io muoia, morendo anche tu... Poichè lo dici tu stessa, poichè tutto è perduto, e quel matrimonio non sarà mai annullato, oh! abbia fine la nostra infelicità! amami, amami e lascia che io ti ami, lascia che io ti ami!
Ma la contessina, col viso conturbato da amore e dolore indicibile, con le braccia protese, tutt'in lacrime, ma, animata anch'essa da fiera energia, lo respingeva, ripetendo:
- No, no! ti amo, ma non voglio, non voglio!
In quel momento, Dario ebbe, nel suo delirio l'impressione che qualcuno entrava.
Si rialzò con impeto, fissando Pietro con sguardo stralunato ed inebetito, senza ravvisarlo bene.
Poi si passò le due mani sul volto, sulle guancie lagrimose, sugli occhi iniettati di sangue, e fuggì, gettando un sospiro, un ruggito terribile e doloroso, in cui il suo desiderio represso ribolliva ancora fra le lacrime ed il pentimento.
Benedetta era rimasta sul canapè, ansante, esaurita nelle forze e nel coraggio.
Ma, all'atto che Pietro fece per ritirarsi, molto confuso dalla sua parte, e non trovando parole, essa lo supplicò di rimanere con voce più calma.
- No, no, signor abate, non ve ne andate... Sedete, vi prego, desidero di discorrere con voi un momento.
Egli stimò opportuno peraltro di scusare la sua comparsa, spiegandole che la porta della prima sala era aperta e che egli non aveva veduto che il lavoro di Vittorina sulla tavola dell'anticamera.
- Ma è vero! ? esclamò la contessina ? Vittorina doveva esserci, l'avevo appunto veduta. L'ho chiamata quando il mio povero Dario ha perso la testa... Perchè non è venuta?
Poi, in un momento di confidenza, chinandosi a metà, con il viso ancora acceso dalla lotta:
- Ascoltate, signor abate, vi dirò tutto, perchè non serbiate un troppo cattivo concetto del mio povero Dario. Mi darebbe troppo dolore... Vedete, quello che è accaduto è un pochino colpa mia. Iersera egli mi aveva domandato un appuntamento qui per discorrere in pace: e siccome sapevo che la zia non vi doveva essere oggi, a quest'ora, così gli ho detto di venire. Era molto naturale, non è vero? che ci vedessimo per intenderci, dopo il gran dolore che abbiamo avuto nell'udire che il mio matrimonio non verrà forse mai annullato. Soffriamo troppo, bisognerebbe prendere un partito... Ed allora, quando è venuto, ci siamo messi a piangere, siamo rimasti a lungo abbracciati accarezzandoci, confondendo le nostre lacrime. L'ho baciato mille volte, ripetendogli che lo adoravo, che ero disperata di essere la sua sventura, che sarei morta dal dolore di vederlo così infelice. Forse ha creduto che lo incoraggiassi ? e, d'altronde, non è un santo, non avrei dovuto serbarlo così a lungo sul mio cuore... Comprenderete, signor abate, che ha finito col perdere il senno e chiedermi una cosa che ho giurato alla Madonna di non concedere mai ad altri che a mio marito.
Diceva queste cose con pacatezza e con semplicità, senza nessun impaccio, col suo solito fare da bella ragazza assennata e positiva.
Un sorrisetto le apparve sul labbro, mentre proseguiva:
- Oh! lo conosco bene il mio Dario, e questo non mi impedisce di amarlo. Sembra molto delicato, persino un po' malaticcio; ma, in fondo, è un uomo appassionato, che ha bisogno del piacere. Sì! è il vecchio sangue che ribolle; ne so qualcosa io perchè, da piccola, ho avuto tali impeti di collera da rotolarmi in terra, ed oggi ancora, quando spira la gran bufera, bisogna che lotti contro me stessa, che mi freni, per non far le peggiori pazzie del mondo... Il mio povero Dario! Non sa soffrire! E' come un bambino di cui si devono appagare tutti i capricci; ma, in fondo, è molto assennato, e mi aspetta, perchè sa che solo presso di me troverà chi lo adora, la felicità vera e durevole.
E Pietro vide allora la figura del giovane principe, che era sempre rimasta un po' nebbiosa per lui, assumere dei contorni chiari e precisi. Quantunque spasimasse di amore per la cugina, si era sempre divertito. Aveva un fondo di egoismo perfetto, sebbene fosse un carissimo giovane.
Vi era specialmente in lui una incapacità assoluta di soffrire, un vero ribrezzo del dolore, della bruttezza e della povertà, per sè e per gli altri: era una creatura di cui i sensi e l'anima reclamavano la gioia, la luce, l'esteriorità, la vita nella libera luce del sole.
Ed esaurito, finito, non aveva forze che per quella vita d'ozio, non sapendo neppur più volere e pensare, a tal segno che non gli era nemmeno venuta l'idea di accostarsi al nuovo governo.
Con questo aveva lo smisurato orgoglio del romano, la pigrizia e la grazia languida e dolce della sua razza, associate ad una sagacità, ad un senso pratico sempre all'erta e nel suo continuo bisogno della donna, era colto spesso da accessi di bramosia furiosa, di sensualità bestiale che s'avventa sulla preda.
- Povero il mio Dario, vada pure a trovarne un'altra, glielo permetto ? soggiunse Benedetta, molto piano, col suo bel sorriso. ? Non si deve poi domandare l'impossibile, ad un uomo, non è vero? ed io non voglio che ne muoia.
E, siccome Pietro era sconcertato nelle sue idee sulla gelosia italiana, la contessina esclamò, accesa di fervida adorazione:
- No, no, non sono gelosa di questo. Gli dà piacere e non mi affligge. E so benissimo che tornerà sempre a me e che sarà mio soltanto, unicamente mio, quando lo vorrò e lo potrò.
Vi fu una pausa ? un'ombra cinerea si diffondeva per la sala, spegnendo l'oro delle mensole, una malinconia infinita pioveva dall'alta vôlta buia, dai vecchi broccati gialli, color dell'autunno. Ma di lì a poco, per uno scherzo di luce, un quadro spiccò sopra un canapè dove la contessina stava seduta, il ritratto della giovanetta bellissima, col turbante, Cassia Boccanera, l'antenata, l'innamorata, e la giustiziera.
E di nuovo quella somiglianza colpì il prete, il quale, pensando ad alta voce, riprese:
- La tentazione ci vince sempre; viene sempre un'ora in cui si soccombe, ed un momento fa, se io non fossi venuto...
Con uno scatto, Benedetta lo interruppe.
- Io, io?... Ah! voi non mi conoscete. Sarei morta piuttosto!
E, presa da una straordinaria esaltazione religiosa, tutta fremente di amore, quasi la fede superstiziosa avesse fatto divampare in lei la passione sino all'estasi:
- Ho giurato alla Madonna di non dare la mia verginità che all'uomo, amato da me, nel giorno in cui sarà mio marito, e quel giuramento l'ho tenuto a costo della mia felicità, lo terrei a costo della mia vita stessa. Sì, Dario ed io morremo, se così dev'essere, ma la Santa Vergine ha la mia parola e gli angeli non piangeranno in cielo.
In queste parole, stava tutta l'anima sua, anima di una semplicità che sulle prime poteva sembrare complicata ed inesplicabile. Certo, ella obbediva a quella eccelsa idea di dignità umana che il cristianesimo ha posto nella rinunzia e nella castità, tutt'una protesta contro l'eterna materia, la forza della natura, la fecondità senza fine della vita.
Ma in lei vi era qualcosa di più, un pregio inestimabile, dato alla verginità, un dono eletto di gioia celeste che voleva fare all'amante prescelto dal suo cuore e destinato ad essere il signore assoluto della sua persona, quando Dio li avesse uniti.
Per lei non vi era che peccato mortale ed abbominio, all'infuori del prete e del matrimonio religioso.
E si intendeva così la lunga resistenza opposta al Prada, che non amava, e la resistenza disperata e così dolorosa a Dario che adorava, ma a cui non voleva darsi che in legittimo connubio. E con quell'anima di fuoco, che tortura resistere alla passione! Che continuo conflitto fra il dovere, il giuramento fatto alla Vergine e la passione, quella passione sfrenata della sua stirpe che, come confessava ella stessa, la turbava di così fiera tempesta!
D'altronde, per quanto ella fosse ignorante e indolente, capace di rimanere eternamente fedele al solo affetto, esigeva però la serietà e la parte materiale dell'amore. Non v'era ragazza che si smarrisse meno di lei nel sogno. Mentre Pietro la guardava nel crepuscolo morente, gli sembrava di vederla e di comprenderla per la prima volta in quella sua qualità che si rivelava nelle labbra un po' tumide e carnose, gli occhi grandissimi, neri e senza fondo, e nel viso così placido, così assennato nella sua delicatezza infantile.
Ma dietro quegli occhi di fiamma, quella pelle così pura e così bianca, si sentiva l'interno nervosismo della donna superstiziosa, imperiosa e superba, la donna che si riserba ostinatamente al suo amore, lavorando solo per fruirne, ma sempre esposta, nel suo senno pieno d'accortezza, a qualche trasporto che la travolga.
Ah! come intendeva che ella destasse così vividi amori; come sentiva che una creatura, così adorabile nella sua sincerità, nell'ardore con cui si difendeva per darsi meglio, doveva riempire tutta l'esistenza d'un uomo! E come gli appariva veramente sorella di quella divina e tragica Cassia, che non volendo vivere colla sua verginità, ormai inutile, s'era buttata nel Tevere, trascinandovi con sè il fratello Ercole, ed il cadavere di Flavio, l'amante!
In un impulso di sincera affezione, Benedetta afferrò le mani di Pietro:
- Signor abate, siete qui da quindici giorni e vi voglio bene, perchè sento di avere in voi un amico. Se non potete intenderci di primo acchito, non dovete però giudicarci con severità. Vi attesto che, per quanto sia poco paziente, procuro di agire sempre per il meglio possibile in ogni contingenza.
Egli fu profondamente commosso dalla sua gentilezza e la ringraziò, serbando per un momento fra le sue le belle mani di lei, poichè si penetrava anche lui di un affetto profondo per quella graziosa creatura.
Un nuovo sogno lo accendeva: ? diventare, ove il tempo glielo concedesse, l'educatore di Benedetta, o per lo meno non partire senza aver convertito quell'anima alle proprie idee di carità e di fraternità futura.
Non era essa l'Italia di ieri, così bella e così sonnacchiosa, così ammaliatrice nel suo sopore, nella sua grazia languida, con tanto mistero in fondo agli occhi nerissimi, ardenti di passione?
E che còmpito svegliarla, istruirla, conquistarla per la verità, per la turba dei poveri e degli infelici, per l'Italia ringiovanita del domani, come egli la sognava!
E voleva persino vedere, nello sciagurato matrimonio con Prada e nella rottura, come un primo tentativo fallito: l'Italia moderna del Nord che voleva procedere troppo rapidamente nell'assunto, che si mostrava troppo brutale nell'amare e trasformare quella dolce Roma, tanto in ritardo, nobilissima ma troppo accidiosa.
Non gli sarebbe stato possibile di rifare, per conto proprio, quel tentativo? Aveva osservato che il suo libro, dopo lo stupore della prima lettura, era rimasto per lei una fonte di preoccupazione, d'interesse nel vuoto delle sue giornate, tutte prese dal dolore.
E che? curarsi degli altri, degli umili di questa terra, della felicità dei miserabili, poteva essere un conforto alla miseria propria?
Ella era già commossa: egli si riprometteva di strapparle delle lagrime, fremendo egli stesso accanto a lei al pensiero dell'amore infinito che essa elargirebbe, il giorno in cui amasse.
La notte era scesa e Benedetta s'era alzata per ordinare che recassero delle lampade.
Poi, come Pietro si accomiatava, ella lo trattenne ancora un momento, nell'ombra già fitta.
Egli non la vedeva più, udiva solo la sua voce profonda, che ripeteva:
- Non vi resterà un troppo cattivo concetto di noi, eh, signor abate? Dario ed io ci amiamo e non è un peccato quando si è virtuosi... Ah! sì, l'amo e da tanto tempo! Figuratevi che io avevo appena tredici anni e lui diciotto e già ci amavamo, come pazzi, in quell'immenso giardino della villa Montefiori che hanno saccheggiato... Ah! che bei giorni abbiamo passato colà, giorni interi in corse sotto gli alberi, ore intere vissute in recessi introvabili a baciarci come cherubini! Quando veniva la stagione delle melarancie mature, mandavano una fragranza che ci inebbriava. Ed i bossi amari, oh! Dio! come ci ravvolgevano, di qual potente aroma ci facevano palpitare il cuore! Non posso più respirarne il profumo senza venir meno...
Un servitore recava i lumi e Pietro salì in camera sua. Sulla scaletta trovò Vittorina che diede un lieve sussulto, quasi si fosse appostata colà per vederlo uscire dal salotto. Essa lo seguì, cominciò a discorrere, ad informarsi e ad un tratto, il prete ebbe coscienza di ciò che era accaduto.
- Perchè non siete accorsa quando la vostra signora vi ha chiamata, mentre stavate a cucire in anticamera?
Sulle prime, essa volle fingere lo stupore, dicendo di non aver udito nulla. Ma la sua buona faccia schietta che non sapeva mentire, parlava chiaramente ed ella confessò la verità, col suo fare allegro e baldanzoso:
- Eh, via! Toccava forse a me di intervenire fra due innamorati? Eppoi, non avevo paura; so che il principe l'ama troppo per farle del male, alla mia piccola Benedetta!
La verità si era dunque che al primo grido di aiuto, comprendendo di che si trattava, essa aveva deposto pian piano, il proprio lavoro sulla tavola e se ne era andata con passo cauto per non disturbare i suoi cari ragazzi, come li chiamava.
- Ah! povera piccina! convenite che ha torto di martorizzarsi per delle idee dell'altro mondo! Dove sarebbe il male, Dio buono, se, amandosi, si procacciassero un poco di felicità? la vita non già così allegra eh? E che rammarico, più tardi, il giorno in cui non sarà più in tempo!
Rimasto solo in camera sua, Pietro si sentì ad un tratto smarrito, vacillante. I bossi amari! I bossi amari!
Come lui, Benedetta aveva sentito un fremito nel loro acre odore di virilità ed egli li rivedeva ed evocava di nuovo quelli dei giardini pontifici, dei voluttuosi giardini romani, deserti ed ardenti, sotto il sole augusto.
La sua giornata si riassumeva chiaramente ora, prendeva un significato definitivo.
Era il risveglio fecondo, l'eterna protesta della natura e della vita, la Venere e l'Ercole che si possono seppellire per secoli sotterra, ma che ne risorgono sempre un giorno; Venere ed Ercole che si possono immurare in fondo al Vaticano dominatore, immobile e testardo, ma che regnano anche colà e governano il mondo, in impero supremo.
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FINE Parte 2.